lunedì 12 giugno 2017

La Locanda dell'Ultima Solitudine - Alessandro Barbaglia

"Se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo".

Quando tutto sembra ingarbugliato; quando ti accorgi di avere le mani legate e la vita, incatenata, nel solito luogo, nelle solite faccende, quando anche la prima donna che ti viene a cercare ti pare essere l’unica che possa provare per te qualcosa di forte e di inaspettato, quando ti rendi conto però che quella donna, forse, non è quella che attendevi.
Perché l’altra metà del cielo si trova in un altro punto del mondo, ed intreccia fiori – come il suo nome, Viola, ne sancisce il destino - e ne ascolta il profumo, li accorda apposta per tessere come Penelope una tela fatta di suoni e di aromi, di cui però, si è stancata. 
Ma tu, proprio tu, Libero, fai ancora in tempo a fuggire, e a ritrovare quello che manca della tua gabbia toracica, costola staccata per dare forma a te, unico uomo che in modo fiabesco può ritrovare la sua principessa. E sé stesso.
E in questa storia d’altri tempi, il castello incantato non è altro che una locanda, a picco sul mare. Quella dell’Ultima solitudine, dove invece che banchetti sfarzosi, vengono servite perle di patate, dove si assapora la bellezza di quello che siamo.

“E’ tutta in legno, la Locanda, alterna le pareti scure alle finestre piene di luce da cui entra sempre un po’ di vento. E’ fatta di poche stanze e una sola certezza: se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero buio che ci vuol poco a perdersi, quello è il posto più bello del mondo”.

Ci vuole poco a perdersi, sì, come poco ci vuole a ritrovarsi, se si ha il coraggio di aspettare.
Ci sono persone che aspettano una vita, in difficoltà, stringendo i denti, ma quando poi trovano la parte mancante di loro, è gioia, è saltelli per aria, è sorrisi e guance gonfie di felicità.
Viola e Libero ne sono l’emblema. Essi incarnano la storia d’amore e di attesa più bella mai letta. Dove i cambiamenti e i rinnovamenti, dove la metamorfosi anche segnano il confine tra il passato inutile ed abitudinario con il futuro, in una solitudine per due, finalmente ritrovata.
E lo scodinzolio di Vieniqui chiude il sipario. 

giovedì 1 giugno 2017

L’incredibile storia di Cecilia: vita di una donna di lago vissuta fra l’Ottocento e il Novecento

Ho scoperto il romanzo di Rita grazie a Facebook – come sempre più spesso mi accade … e per fortuna, perché, nonostante i proclami, certe case editrici hanno ben poca visibilità nel mondo libresco. 
Ho avuto il piacere di incontrare l’autrice al SalTo30. Mi sono recato presso lo stand della Edizioni della Goccia e Rita (permettimi il tu) non c’era. È stata prontamente rintracciata e, fortuna mia, oltre alla dedica personalizzata, mi ha “dedicato” anche un po’ del suo tempo: abbiamo piacevolmente chiacchierato di libri in generale e della sua opera in particolare. 

Lei è di Como e vive in Val d’Aosta; io vivo vicino a Milano: ovviamente ha voluto sapere in quale modo ero venuto a conoscenza del suo romanzo (la risposta è nell’incipit di questo articolo).
Poi ha dovuto, più che voluto (quasi ne avesse l’esigenza), spiegarmi la genesi del romanzo: venuta a conoscenza della storia eccezionale della sua bisnonna, non voleva che queste vicende andassero perdute.  Da lì il recupero della memoria storica (sua e dei suoi familiari) e dei documenti nascosti negli archivi comunali. Durante questo incontro è chiaramente emersa la passione che ha mosso Rita per la stesura di questo libro, già alla terza ristampa: edizioni di 300 copie, come ha modestamente precisato l’autrice, ma, con giusto orgoglio, “già 750 copie hanno trovato un compratore …" e subito ha estratto un raccoglitore pieno di recensioni e di corrispondenza nata fra lei e i suoi lettori.
Non voglio scrivere una recensione, ma semplicemente dare parole ai sentimenti, ai pensieri e agli stati d’animo che la lettura del romanzo hanno suscitato in me; se dovessi scrivere la sinossi rischierei di togliervi il piacere della lettura. Però due parole vanno dette. 

È la storia vera di Cecilia, come sopra riportato, la bisnonna della “nostra Rita”, vissuta a cavallo fra l’ottocento e il novecento in riva al lago di Como. Anni non facili, dove i rapporti familiari erano rudi, e con una sorte non proprio favorevole. E qui mi fermo, preferendo dare spazio alle emozioni.  
Malinconia e nostalgia, questi i sentimenti predominanti (e anche tanta commozione, nei momenti più bui della vita di questa stupenda donna).
Malinconia per le vicissitudini che la vita aveva scritto per Cecilia: una grande donna, moglie e madre che, anche nei momenti più difficili – e ne ha avuti molti - ha saputo prendere le redini della sua famiglia e guidarla, sostituendosi al marito assente per il lavoro, pur continuando ad esercitare il ruolo di madre che, se anche oggi è un compito di eccezionale importanza e che richiede un grande impegno, provate a pensarlo all'inizio del secolo breve.
Nostalgia per quegli anni che nell'immaginario collettivo – e mio personale – sicuramente avevano una marcia in più. È vero, la vita era proibitiva per i più poveri, ma i veri valori, quelli per i quali valeva la pena di spendere i propri giorni, dominavano la cultura di quegli anni, erano il “pane” che mancava sulle tavole – infatti si mangiava solo polenta -, erano il collante per la maggior parte delle famiglie, altrimenti costrette a lavorare senza requie solo per sostentarsi. 

Amo i romanzi ambientati al lago e i loro autori (Fogazzaro e Vitali su tutti). I panorami, i piccoli borghi, le storie di provincia che hanno come sfondo uno qualsiasi dei nostri bellissimi laghi italiani, donano alle vicende in esse ambientate un fascino speciale. E tale fascino si estende anche ai loro autori. Per questo, da oggi, Rita Bonfanti entra a buon diritto fra i miei autori “lacustri” preferiti. 

lunedì 8 maggio 2017

Dove tutto è a metà - Federico Zampaglione e Giacomo Gensini

Dove tutto è a metà. Federico Zampaglione e Giacomo Gensini. Mondadori. 304 pagine. 18,00 euro.

Al Morrison Cafè non sono mai stata, da che bazzico a Roma. 
Ma ho rivisto in “Dove tutto è a metà” le mie prime serate in pub stretti, in legno e bellissimi, dove amici musicisti di amici musicisti e fotografi suonavano per me. Così ingenuamente credevo. E mi beavo di questo.
Di questa singolarità che esplodeva dal cantante del gruppo, delle sue parole, dei suoi suoni. E mi sono resa conto solo ora che al tempo mi trovavo davanti a Lodo.
Lodo, quel ragazzo carico di sogni e di aspettative, quel ragazzo che alla fine… beh, lo siamo stati un po’ tutti no? Quel ragazzo ingenuo, che ha necessità però di avere al fianco un grillo parlante, per capire come affrontare il pubblico, l’arte, il successo. E forse anche la vita.

E quella spalla arriva nella figura un po’ passata di Libero, il cantante pop che ormai ha fatto il suo tempo, che ha il terrore dell’oblio, e che anzi, forse l’ha già investito in pieno.
Due sono le generazioni a confronto.
Quasi come un romanzo di formazione, Lodo assiste Libero e viceversa, l’uno forse alter-ego dell’altro. Esperienza ed eccitazione a confronto. L’uno che si rivede, nell'altro.
E solo così potranno entrambi crescere. Insieme.
Due sono le vite e le donne che orbitano attorno ai due protagonisti.
L’una, Giulia, la ragazza forte e determinata, coraggiosa, musa per Lodo. Ma anche egoista. Sembra che a lei del genere umano non importi nulla. Ma anche alle persone così decise (e crudeli) a volte capita di innamorarsi, e rimanere schiacciate da questo sentimento. Di toccare il fondo e darsi una spinta per risalire. Alla fine, non siamo un po’ tutti uguali?
L’altra donna protagonista è la super organizzata Luna, che segue il copione di moglie di Libero, parte decisamente difficile da interpretare, soprattutto a fianco di un uomo distante e perso in se stesso.
E’ una storia, quella scritta dal duo Zampaglione-Gensini, di sofferenze, combattute e vinte.
E’ una storia in cui il mescolamento di tutti gli ingredienti, di tutti i personaggi, riesce da solo a sconfiggere le delusioni e i tradimenti.
E’ una storia in cui parole e musica si intrecciano caparbiamente fin dal titolo di ogni capitolo.
E’ una storia poetica, dove tutto rimane a metà…

Vai, non negarti
questo tempo
io raccolgo i pezzi
e sento che ora tu respiri già
in un’altra vita
in un’altra realtà
stento nel vedermi solo qua
dove tutto è a metà

martedì 2 maggio 2017

Ogni spazio felice - Alberto Schiavone

Ogni spazio felice. Alberto Schiavone. Guanda. 240 pagine. 16,00 euro. 

Voto: 9

Ada e Amedeo sono due solitudini.
Sono solitudini che tentano di ingabbiarsi nella noia e nella monotonia della loro casa, in mezzo al puzzo di sigarette e alle bottiglie di vino vuote. La morte dell’abitudine, mi viene da pensare, dopo aver letto il romanzo di Alberto Schiavone, “Ogni spazio felice”. E io la odio, l’abitudine.

“Deve esserci da qualche parte del cervello una zona infingarda e accondiscendente che impedisce ogni reazione, in favore della continuità.”

È il romanzo che ti fa credere che tutto nella vita procede come appunto deve andare; non c’è modo per i protagonisti di ribellarsi, la loro esistenza non glielo permette. Buffo e crudele al contempo. 
Ada si accascia nell’alcolismo più bieco, dopo aver perso il figlioletto per uno strano e infantile scherzo del destino.
Amedeo al contempo si perde nelle sue storie ad occhi aperti, vano tentativo di fuga dalla realtà priva di ottimismo e carica di tensione.
Sonia, la figlia della coppia, appare quasi richiamata dalle fila di un deus ex machina per ravvivare le già abbondanti preoccupazioni paterne.
Da sfondo, una Milano grigia, nera, quella interrazziale, quella che incrocia Via Padova e si snoda per Piazzale Loreto alla ricerca di un uomo quasi padre fuggito, anche lui, come Ginevra, la gatta della coppia.
Ecco.
Sono loro gli unici due fuggiaschi che riescono ad andarsene via.

E allora trascorre così la settimana dei due coniugi. Nella chiusura più stagna possibile. E nell'infelicità.

«È infelice?» 
«Con parsimonia.» 
«Allora va bene. È accettabile.»

Sarà che sono contro il rimanere in una vita che non è più vita e accanto a chi ci fa solo soffrire, scrivevo ad Alberto nel giorno che ci è voluto per terminare il romanzo.
Sarà che nonostante ciò, ritengo sia un libro che faccia male, di una tristezza esagerata, e che tale parere debba però essere letto positivamente, perché fa bene leggere un romanzo così.
Fa bene perché ci si rende conto di quante possibilità avrebbero avuto i protagonisti per modificare il loro destino, e di quante ne abbiamo noi, ogni giorno, per sfuggire ad esso.
Fa bene perché ti fa sentire pubblico davanti ad una rappresentazione teatrale pazzesca dell’animo umano.
Fa bene perché ti fa credere che l’amore a volte finisce, e diavolo!, va bene così.

Io ho fatto un pensiero che è stato come una preghiera, o un’altra storia immaginata da Amedeo: che lui, al termine della sua rocambolesca e piatta esistenza, possa fare i bagagli, e vivere, finalmente.

mercoledì 26 aprile 2017

Tempo di libri - pagella di Mangiapagine

Tanti sono stati i pareri riguardo alla prima edizione della fiera milanese letteraria, Tempo di libri, che si è tenuta tra il 19 e il 23 aprile presso il padiglione fieristico di Rho Fiera.
Tante soprattutto sono state le critiche rivolte a tale manifestazione. 
Mangiapagine ha detto “basta!” e finalmente è pronto ad esprimere il proprio giudizio.

mercoledì 19 aprile 2017

L'uomo di casa – Romano De Marco

Conversazione tra amiche lettrici.

Atto I
Scena I

- Allora com'è?
- Non ci sono parole.
- Non l'accetto come risposta. Ora ti metti qui e mi racconti come hai trovato questo libro.
- Ok ok non ti scaldare. 
- Mio padre continua a dirmi che è fantastico, favoloso, ti lascia col fiato sospeso fino all'ultima pagina e blablabla, ma sai com'è, io di mio padre mi fido poco..
- Ah ah ah, ti capisco, i padri hanno spesso gusti diversi.
- Già. Allora quanto ci hai messo?
- A fare cosa?
- A leggerlo!
- Due giorni, poco meno.
- Allora merita davvero!
- È quello che sto cercando di dirti se mi lasciassi parlare..
- Scusa..
- Allora, dicevo. "L'uomo di casa" è essenzialmente un thriller..
- Uh amo i thriller!
- Si, anche io. Siamo in America e, su, dai, uno scenario che non può non piacere! E poi quella cosa che se arriva un vicino nuovo si fa una festa e gli si portano torte di benvenuto..
- Cioè come da noi proprio.
- Seh seh..
- Ma la storia?
- In realtà sono due.
- Come due?
- Sì, o meglio, la principale si intreccia con un vecchio caso. Tutto ha inizio verso la fine degli anni Settanta, in cui una donna, la Lilith di Richmond..
- Lilith?
- Sì, c'è tutta una sorta di mitologia dietro a questa figura..cercatela su Wikipedia e fammi continuare.
- (…)
- Allora, la Lilith di Richmond non è mai stata trovata né incriminata per aver ucciso diversi bambini. È stato ritrovato solo un bimbo, vivo, legato a un termosifone e mandato poi in adozione. Il caso viene archiviato fino a quando un uomo, Alan, viene trovato morto in circostanze sospette.
- Come come come?
- Con le braghe calate, ecco. All'inizio sembra un appuntamento con una prostituta finito male, ma in realtà, grazie alla moglie Sandra, si scopre che Alan stava indagando proprio sul vecchio caso della Lilith.
- Oddio, sembra pazzesco!
- E lo è, davvero. Soprattutto per il tombolino finale.
- Tombolino?
- Leggi il libro e capirai..
- Sei criptica, lo sai?
- È che non voglio rovinarti la sorpresa! De Marco è stato bravissimo a tessere i fili di questo thriller pazzesco. E alla fine ha chiuso e unito in maniera magistrale tutti i pezzi del puzzle. Dai retta a tuo padre, questo libro ti lascerà incollata fino alle ultime pagine!
- Ok mi fido! Corro a leggerlo!
- Brava la mia amica.

Le amiche se ne vanno.
Cala sipario.

venerdì 14 aprile 2017

"L'uomo di casa" | 13.04.2017 incontro con Romano De Marco e Raul Montanari

Fino a giovedì sera io non conoscevo Romano De Marco. O meglio, lo conoscevo per vie traverse, erano giorni che sbirciavo il comodino di mio padre sul quale troneggiava “L'uomo di casa” (e mi sembra anche ovvio) e mi chiedevo come potesse essere quel libro.
Finché un giorno mio padre mi dice tutto elettrizzato che ha appena finito di leggere un thriller fantastico, proprio il libro di De Marco e, ancora più elettrizzato, mi invita ad accompagnarlo all'evento presso la libreria “La scatola lilla” di Cristina di Canio.
All'inizio ho provato sentimenti contrastanti: curiosità per un nuovo autore e, nello stesso tempo un po' di insicurezza su come sarebbe stato assistere alla presentazione di un libro e di uno scrittore che non conoscevo. E se non mi avesse interessato? E se mi avesse annoiato?

Però ci siamo andati. Con i nostri fedeli zainetti, il libro e una scorta di acqua per far fronte allo stranissimo caldo anticipato milanese.

E da lì in poi è stato solo un crescendo di sorprese.
La prima è stato scoprire che l'autore sarebbe stato introdotto da Raul Montanari
Io ho un rapporto particolare con Raul Montanari. È stato il primo scrittore “da grandi” che io abbia mai letto e, quindici anni fa, era stato ospite nel mio liceo per presentare il suo libro “Il buio divora la strada”. Ricordo quell'esperienza con molta gioia. 
E il bello è che se la ricorda anche lui molto bene, particolari strani annessi. 

È anche solo per la condivisione di un momento del genere che io leggo.

Raul ha introdotto Romano in modo semplicemente perfetto. Ha presentato la trama del suo libro senza dare troppe anticipazioni e De Marco ha risposto a tutte le sue domande in modo curato, simpatico e puntuale. 
È stato un dialogo molto interessante, divertente e soprattutto educativo.
Montanari quando parla ha il potere di ipnotizzare le persone. De Marco, di rimando riesce con la sua veracità a dimostrarsi credibile e umilmente molto in gamba nel suo lavoro di scrittore.

Si conclude la giornata con le foto di rito, insieme agli abbracci, alle chiacchierate.
Posso dire con certezza che questo evento è stato uno dei migliori a cui abbia partecipato, nonostante fosse senza pretese, senza fronzoli, di una semplicità disarmante. 
Ma è questo il bello. 
Il bello di una piccola libreria capace di creare quel clima di intimità tra il lettore e lo scrittore.

Continuerò a leggere, anche solo per avere la possibilità di altri piccoli grandi regali come questa giornata.

Magari domani resto - Lorenzo Marone

Magari domani resto. Lorenzo Marone. Feltrinelli. 315 pagine. 16,50 euro.

“Ballo anche con la vita, che a volte sa essere signora e si mette lì ad aspettare paziente che tu la smetta di fare ammuina prima di invitarti, infine, a danzare con lei.”

Luce.
Luce Di Notte è il riflesso che osservo allo specchio ogni mattina prima di andare a prendere il treno che mi porta nel mio mondo, fatto di avvocati (quelli veri e seri), di pile interminabili di carta e di volumi di diritto di cui non sopporto più la vista quando arriva il venerdì. E poi rientro il lunedì mattina e li accarezzo, perché alla fine, questo lavoro un po’ diverso dal solito, mi piace. E mi manca. Anche se ancora non ho trovato il mio posto nel mondo. Come Luce.
Dicevo, Luce è un avvocato o praticante tale, come me.
Ha i capelli cortissimi e sembra un uomo.
Sembra un uomo non solo per quello, però.
Ma perché ha le palle.
E vive a Napoli; e secondo me, lì, ti crescono necessariamente.

Ha svelato ogni segreto che poteva essere nascosto in cancellerie e tribunali, e si è stancata di andare in giro con la sua vespa a rispondere a quegli incombenti che tutti i giovani avvocati devono attraversare, prima o poi.
E si ritrova immersa in uno studio dove il maschilismo e il francesismo volgare cresce in maniera smisurata, con l’avvocato Geronimo marpione e senza morale, purché si lavori. Anche con i camorristi.
Ed è proprio questo suo capo a regalarle una famiglia, a sua insaputa.
Il caso dell’affidamento del piccolo Kevìn (come Costner, ma alla napoletana) le scombussolerà la vita. E le farà sciogliere quel fastidio che si ritrova nello stomaco, quel groppo in gola che le ha bloccato persino le lacrime, per tutto questo tempo.

Luce ha vissuto l’infanzia dura.
Con una madre che le fa pesare appena può il fatto che lei e suo fratello Antonio le abbiano resa la vita difficile. Anche se poi li ama a dismisura.
Con l’assenza del padre, pazzo e virale. E vitale, per Luce, fino a quando è rimasto.
Con l’assenza di un uomo al suo fianco, perché anche l’ultimo Peter Pan è partito, lasciandola sola.
Non rimane mai nessuno (mi ripetevo sempre anche io).
Eppure.

Eppure basta attendere. A volte l’attesa è sacra e miracolosa.
Anche quando non ci fai più caso.
Può arrivare la felicità.
A volte nella coda soffice e scodinzolante di un cane trovato nel cassonetto, Alleria.
A volte in un vecchio che ha girato il mondo su una nave da crociera, e che ha avuto un solo amore, e nemmeno un bacio.
A volte in una statua fasulla e francese, dai capelli biondi, che si esibisce nel centro di Napoli.
A volte, in un bambino. Che ti fa sentire mamma anche se mamma non lo sei.
E ricominci a piangere. Di felicità. E di sorrisi.

Lorenzo Marone ha rubato parte della mia vita e delle mie lacrime.
Le ha messe inconsciamente su carta.
Leggersi è difficile, alcune volte.
Ma che soddisfazione ritrovarsi e capire che a volte, qualcuno, resta davvero, anche domani…

venerdì 17 marzo 2017

"A fuoco vivo" | 16.03.2017 incontro con Ivan Ruccione

È successo prima che lo cacciassimo in cella. L’ho sbattuto pancia a terra, gli ho immobilizzato gli arti. Ancora si dimenava ma non aveva più scapo: ce l’avevo in pugno.
Ho afferrato il coltello e gliel’ho puntato al centro della schiena, poi ho affondato – crack! – e tranciato a metà l’intero corpo. Quando sono arrivato alla testa, un pezzo di cervello è schizzato sulla mia guancia. Il sistema nervoso ha dato impulsi per una manciata di secondi ancora. Dopodichè: au revoir, doucer!

Questo non è l’incipit di alcun thriller.
Questo non è l’incipit di un romanzo americano di cui siamo abituati.
Questo è l’incipit del romanzo miscellaneous dell’emergente scrittore vigevanese Ivan Ruccione, che giovedì 16 marzo ha presenziato alla sua prima presentazione ufficiale italiana nella libreria Le Notti Bianche, proprio della sua città natale.

Incontro particolare, questo. 
Incontro di uomini e cuochi, nonostante quello che dica il personaggio di “A fuoco vivo” nel primo capitolo. Perché credo che Ivan contenga in sé entrambe le sfaccettature. Altrimenti non si spiegherebbe la sua caparbietà nel perseguire e nel proseguire la sua attività in un mondo che ci disegnano come fatato e fatiscente per i media, ma che in realtà è esercito puro e nel quale comanda il Sistema, come forse quasi tutto in Italia, sbagliato.

Ivan è il cuoco che ama scrivere e che assapora il profumo dei pasti di John Fante a base di arance e rinnega le pagine da cui sopravvivono solo i rutti di quegli scrittori che non sapendo che fare, a pancia piena, lanciano manciate di parole tutte uguali tra di loro, sopravvalutate forse, ma che seguono, ancora una volta, il Sistema.

“A fuoco vivo” è il romanzo dalle mille tonalità, una ballata dove si intrecciano i rumori del giallo, i sapori delle passioni e l’aroma del cibo, quello di Mariano, un uomo-cuoco che ancora non riesce a riconoscersi nella sua vita. Non riesce a scegliere, anche se vorrebbe. Ma non si arrende. E sta forse qui la forza di Mariano. Per potere sopravvivere.

Ivan, devoto a Lucio Mastronardi, ridà luce e splendore alla narrativa italiana contemporanea, e perché no?, anche a quella piccola, meravigliosa città che è Vigevano.


Milk and Honey. Parole d'amore, di dolore, di perdita e di rinascita – Rupi Kaur

Milk and Honey. Parole d'amore, di dolore, di perdita e di rinascita, Rupi Kaur. TRE60 editore. 204 pagine. 12 euro.

Non ho mai amato la poesia. Probabilmente perché non l'ho mai capita, studiata, approfondita. L'ho sempre vista come qualcosa di completamente estraneo a me, di aulico, di troppo distante. Ho sempre pensato che fosse per persone colte, che si facessero troppe domande sulle cose semplici della vita.

Può un libro stravolgere completamente la mia opinione?

Milk and honey l'ha fatto. L'ha fatto in un modo così semplice e naturale che quasi non me ne sono accorta.
Questo libro ha saputo toccare punti del mio cuore e della mia anima in modo sconvolgente.
Mi ha commossa, mi ha schifata, mi ha fatto arrabbiare, mi ha fatto sorridere, mi ha fatto innamorare.
Mi ha fatto capire che Rupi Kaur ha una grandissima sensibilità, e da donna, conosce le donne, il loro animo più intimo, i loro desideri, le loro paure.

E così parla delle ferite, dell'amore, dello spezzarsi per poi rialzarsi e guarire.
Descrive scene molto crude in poche righe, ma lo fa in modo così delicato che quasi non ci si accorge che quelle parole hanno raccontato uno stupro.

Ma non è solo dolore. È anche amore, soprattutto amore. E forza. La forza che ognuno di noi ha dentro e che deve cercare di portare all'esterno.

È un libro sulla rivalsa delle donne, scritto in modo intelligente, senza falso moralismo o noioso e anacronistico femminismo. Rupi Kaur parla delle donne vere e stupende che popolano il nostro mondo.

Parla all'anima. E per questo la ringrazio.
"La cosa che preferisco di te è l'odore
sai di
terra
erbe
giardini
un po' più
umano di noialtri"

mercoledì 8 marzo 2017

“Tutta colpa della mia impazienza” | 07.03.2017 incontro con Virginia Bramati

Si sa, noi donne siamo tutte un po' impazienti, in qualsiasi ambito; ci aspettiamo tanto da tutto e da tutti, e molto spesso rimaniamo deluse. Ma siamo noi, e siamo belle per questo.

Belle. E vere. Così ci descrive sempre Virginia Bramati nei suoi libri. E così ha fatto ancora una volta nel suo ultimo lavoro “Tutta colpa della mia impazienza - e di un fiore appena sbocciato” (Giunti, 240 pagine, € 14,90).

Lo staff di Mangiapagine aveva avuto occasione di conoscere Virginia lo scorso anno, durante una manifestazione culturale (qui l'articolo) e, questa volta grazie alla casa editrice Giunti, siamo riuscite a rincontrarci in un clima molto bello e davanti ad un nuovo atteso libro.

Virginia è una donna molto spontanea, divertente ed è veramente piacevole stare ad ascoltarla quando parla di sé e dei suoi libri. È molto onesta, soprattutto su se stessa, tanto che di sé afferma “Scrivo perché mi piace leggermi”.

E il nuovo romanzo riflette la sua persona, la sua solarità. 
Il libro vuole essere una commedia, con ovvi momenti di dolore, toni cupi, ma Virginia l'ha voluto da subito solare – anche dalla copertina, estiva e calda – non si è soffermata sulle ombre, ma sulla luce, sull'idea che della vita bisogna ridere, prendere tutto con filosofia, anche i momenti meno belli.

Ci spiega, che l'idea di “Tutta colpa della mia impazienza” deriva dal suo voler raccontare la campagna, ambiente molto caro a Virginia stessa. 
L'autrice è sempre legata ai suoi luoghi, alla sua Brianza, agli ambienti a lei familiari, che rendono i suoi romanzi veri e veritieri. 
Noi la consideriamo un po' un Vitali in gonnella, perché è capace di raccontare storie di vita vera in modo leggero ma molto autentico.

E oggi, a maggior ragione, è bello celebrare questo giorno con queste poche righe, su una donna così acclamata nel panorama letterario italiano.

Ringraziamo ancora la casa editrice Giunti per averci dato l'opportunità di rivedere un'amica, ancora prima di un'autrice. 

mercoledì 22 febbraio 2017

Le nostre anime di notte - Kent Haruf

Le nostre anime di notte, Kent Haruf. NN Editore. 200 pagine. 17 euro.

Voto: 8,5

Mi mancava Holt.
Mi mancava quella piccola e immaginaria meraviglia di città del Colorado, dove l’incanto si fonde con la grettezza di quello che sono in realtà le provincie americane. 
Ho ritrovato tutto questo nel romanzo postumo e semi-autobiografico di Kent Haruf, scritto nell'ultimo momento della sua vita, durante il quale la forza della scrittura riusciva in un certo senso a sconfiggere e ad esorcizzare l’arrivo della Signora in nero.

Haruf presenta Addie e Louis, due anziani vedovi vicini di casa. Addie è una donna forte e coraggiosa, soprattutto per aver bussato un giorno alla porta di Louis e per averlo invitato a passare le notti da lei.
La solitudine, talvolta, è silenziosamente opprimente. È una goccia che scava sempre più a fondo e corrode, e la vecchia donna non riesce più a tenerla a bada, è logorata, e ha bisogno di un aiuto. E iniziano così quelle notti fatte di parole e di sussurri, di verità e di autenticità. Notti a due che gli abitanti di Holt non perdono un secondo per notare, e i pregiudizi, le illazioni, le maldicenze si rintanano dietro il capanno degli attrezzi di Louis.

Ma Addie trova tutta la forza che una donna possa mai avere, e se ne infischia. 
Se ne infischia dei vecchi avventori del bar del paese, se ne infischia persino del figlio Gene, scottato dalla morte prematura della sorella e dell’affetto mancante da parte del padre. Addie, in una sorta di struggente delicatezza accompagnata dalle parole di Haruf, ricomincia a provare qualcosa di intimo, quasi di virale e dimenticato, qualcosa che si avvicina tremendamente all'amore, grazie a Louis, e al piccolo Jamie, il nipote che soffre terribilmente la fine del matrimonio dei suoi genitori.

Niente è assurdo o impensabile, per i due anziani vicini di casa. È solo arrivato per loro il momento di vivere la felicità che entrambi si meritano. E la vivono raccontandosi, parlando di loro, svolgendo il compito di nonni acclamati e amati da Jamie, e tenendosi per mano in quell'enorme letto matrimoniale che non vedeva sorrisi da troppo tempo.

“E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo”.
“Anche se adesso, in questo momento, mi sta piacendo molto.”
“A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare”.
“Oh, ma tu ti meriti di essere felice, non credi?”

E la sacra quiete della sera diventa lo scenario perfetto per un dono, altrettanto perfetto, che Haruf fa a noi, abitanti di Holt, seppure a distanza.

lunedì 13 febbraio 2017

"Nessuno come noi" | #ABBIATEGRASSO 12.02.2017 | incontro con Luca Bianchini

I giovani di oggi sono uguali a quelli di trent'anni fa? Magari non in tutto, ma nei sentimenti si.

Ce li racconta Luca Bianchini nel suo ultimo romanzo “Nessuno come noi” (Mondadori, 252 pagine, € 18,00).
Siamo nella fine degli anni ottanta, all'istituto Majorana di Moncalieri, luogo in cui si incontrano i giovani figli di operai della periferia, con i ricchi un po' snob della Torino dabbene.

La scuola diventa il silenzioso testimone dei sentimenti dei ragazzi che la frequentano, dell'amore di Vince per Cate, che ama tutti tranne lui, della loro amicizia con Spagna, i tre cuori in affitto, dell'arrivo del nuovo compagno Romeo, così diverso da loro che non può non entrare a far parte del loro gruppo, delle tresche fra professori, dei piccoli drammi quotidiani.

Un libro dai rimandi fortemente autobiografici, come ci spiega lo stesso Bianchini durante l'incontro (promosso da Iniziativa Donna) tenutosi ad Abbiategrasso, ieri, domenica 12 febbraio, che Mangiapagine ha avuto l'onore di presentare. 
Un libro che si è creato da solo, spulciando un vecchio diario di Luca, in cui raccontava le piccole cose semplici che capitavano a lui adolescente. I frullato-party, gli amori fra i banchi di scuola, le feste in smoking degli amici più ricchi, la tintoria dei genitori.

Si sentono le eco di tempi vicini a noi ma che purtroppo sembrano troppo lontani. È lontana la semplicità di una partita a pallone nella strada, è lontana la semplicità delle telefonate agli amici rigorosamente filtrate dai genitori, è lontana l'epoca in cui la tecnologia non aveva ancora reso schiavi tutti.

Un libro semplice, che racconta una storia semplice in cui chiunque può immedesimarsi, adulti e ragazzi. 
Un libro che però, se letto in modo più critico, può aprirsi a molteplici ed interessanti riflessioni, quali il ruolo della scuola nella crescita dei ragazzi, e il ruolo disarmante e annichilente della tecnologia.
Basta cercare e grattare sotto l'apparente semplicità della trama e delle vicende raccontate.

Luca è stato un gran mattatore durante la presentazione del suo libro, ha fatto divertire il pubblico con aneddoti simpatici della sua vita e soprattutto, è stato molto disponibile con i suoi lettori, intrattenendosi con piacere tra foto, chiacchiere e dediche personalizzate.

Una mattinata fresca a frizzante, diversa dal solito.

mercoledì 8 febbraio 2017

Caro lettore in erba... - Gianluca Mercadante

Caro lettore in erba..., Gianluca Mercadante. Las Vegas editore. 156 pagine. 10 euro.

Caro Gianluca,
ti ringrazio. Un po’ perché il vampiro amante di Jules Verne in copertina è riuscito a tenere lontano da me parecchi Nemici sul mio treno in una fredda mattina di gennaio; un po’ perché il tuo saggio fa un giro concentrico, e io l’ho amato per questo: lui inizia, e termina, sempre “incominciando”, come dici tu. E’ difficile da mettere nero su bianco ma tant’è:

“I libri non finiscono, caro lettore in erba.
I libri cominciano. In continuazione.
E il momento in cui cominciano davvero inizia solo quando si finisce di averli letti.”

Ecco, tu l’hai decisamente spiegato meglio di me. 
Per questa missiva necessiterei decisamente dell’aiuto dei tuoi amati classici, magari di Gregor, oppure di Emma. E perché no, anche di un bel “bau!”, di quelli fatti bene eh, di Cujo, mica quell’abbaiare da nulla che si sente tutti i giorni.

Sì, ti ringrazio perché hai dato voce, di nuovo, ai classici senza tempo. Perché hai dato loro un aspetto attuale e hai rivendicato la loro sana voglia di essere riscoperti, e credimi, vengono riletti ogni giorno, senza che nessuno dica niente (per esempio, io ho in borsetta Otto Lidenbrock e il nipote Axel).

Ti ringrazio perchè chi ti legge, impara cosa significa saper trattare con la lingua italiana; impara cosa significa essere proprietari di un dizionario delicato, a tratti pomposo, anche d'altri tempi, ma che una volta malleato e utilizzato nel modo corretto, lascia tutti a bocca aperta. Chapeau, Gianluca.

Ti ringrazio perchè con la tua critica umoristica del mondo dei lettori, sei riuscito a stilare quasi un nuovo dizionario sulle libertà e sui diritti di un lettore, che sono illimitati, come lo scegliere un libro dalla copertina, proprio così. O l'abbandonare un volume semplicemente perchè “non piace” (che terribili parole queste! Lettori! Abbiate il coraggio di professare la fede del “se non mi piace, lo lascio”! Non abbiate paura, siate coraggiosi!) Quasi un Pennac italiano, sei, oserei dire.

Ti ringrazio perchè con la tua fine polemica sull'editoria e su ciò che il mercato ci propina, forse riuscirai a far aprire lo sguardo a librai e ad editori, quest'ultimi interessati oggi più che mai a creare “macchiette” di scrittori autori di best-sellers, piuttosto che veri Shakespeare apprezzati solo col tempo.

Grazie, per aver ridato luce al “nostro popolo” con questo tuo saggio.
Quello dei lettori voraci, di pagine buone, sciupate e vissute per l'amore incondizionato nei loro confronti.

giovedì 5 gennaio 2017

Le ossa di San Lorenzo - Vicente Alfonso

Le ossa di San Lorenzo, Vicente Alfonso. NNEditore. 201 pagine. 17 euro.

Voto: 7

Una messicana e moderna storia a tratti mitologica. Rómolo e Remo Ayala sono i due gemelli in questione. 
Si sprecano qui tutte le connessioni al tema del “doppio” e della verità che ne consegue, ovvero quella difficile da trovare. Ma come si può almeno avvicinarsi ad una (o a molteplici?) parvenza di tale verità? Seguendo le parole di Alberto Albores, voce narrante quasi per tutta la totalità del romanzo, psicoterapeuta di Remo, il gemello più debole della coppia, quello più problematico e, forse, quello più bugiardo.

Una volta aperto il libro e dimenticato per un attimo la splendida copertina, ci si trova già a fatti compiuti: i due gemelli sono sepolti entrambi sotto l’albero di fichi della casa paterna. Sta solo a noi tentare di ricostruire l’accaduto. E’ una storia intricata, la loro, anche per la mole di comparse che ruotano attorno alla vita di entrambi. 
Il primo tra tutti è il Grande Padilla, mago per cui Rómolo e Remo si esibiranno, insieme alla bellissima Magda, giovane donna amata contemporaneamente dai fratelli. E insieme, altre identità si intrecciano, come quella del giornalista Pepe Zamora, che ha votato la sua vita alla ricerca di una verità sulla fantomatica sensitiva e guaritrice soprannominata Niña Cande.

Il realismo magico fa da sfondo a tutta la trama, così come è forte la commistione di generi e categorie; il giallo sull'omicidio di Farid Sabag o sulla "Notte degli Apostoli" al collegio dei gesuiti frequentato dai fratelli Ayala, ne sono chiari esempi. Per chi “mastica” un po’ questo tipo di letteratura, il primo link che si apre è quello dedicato al geniale “Rayuela” di Cortàzar, perché anche “Le ossa di San Lorenzo” del messicano Vicente Alfonso è così: pazzesco, complesso, leggibile sotto molti punti di vista e che propone al lettore domande a cui però non sempre corrisponde una risposta.

Si arriva così alla fine con la famosa frase “forse sarebbe potuto andare diversamente”, quasi dimenticandosi che la degna conclusione di queste vite difficili, a tratti squallide, menzognere, non poteva essere più giusta di così.

"Come si costruiscono i ricordi? Cambiano, si assestano, maturano con il tempo? O si cancellano a poco a poco come giornali al sole? Può darsi che a volte i fatti si vadano sedimentando nella memoria come acqua torbida, all’inizio ci impedisce di vedere ciò che intuiamo essere vicino. In ogni caso, ricostruire un fatto a partire da varie fonti è come radersi di fronte ad uno specchio rotto: le versioni differiscono in certi dettagli e coincidono in altri".