martedì 3 dicembre 2013

La bambina con la neve tra i capelli - Ninni Schulman

La bambina con la neve tra i capelli, Ninni Schulman. 2012, Sperling Paperback, 372 pagine.

Quando non si sa cosa leggere e si ha poco tempo, per esempio un paio di giorni, un weekend di relax, ciò che consiglio sempre io è un buon giallo; mi è capitato tra le mani proprio l'altro giorno questo libretto che avevo acquistato lo scorso anno. La copertina non è niente male, una bambina bellissima, bionda, occhi di ghiaccio, a fissarmi; certo, l'immagine associata alle poche righe di trama sulla quarta di copertina, non rende proprio tranquilli. Mi sono buttata e l'ho incominciato.

Siamo in Svezia, in un piccolo paese dove tutti si conoscono, dove quando scende troppa neve e si sa che quel tizio è via per lavoro, il vicino di casa si alza di buon ora ben coperto e va a spalare il vialetto dell'amico; in quel paesino, dicevo, ritorna un “figliol prodigo”: è Magdalena, giornalista, con un divorzio alle spalle e un bambino di sei anni a carico. Credeva di poter stare lontana dai crimini, dalla cronaca nera che tante ore le hanno portato via quando si trovava a Stoccolma e invece...

Proprio ad Hagfors succede l'impensabile. La sera dell'ultimo giorno dell'anno una ragazza, Hedda, scompare; le ricerche compiute dalle forze dell'ordine non danno risultati fino a quando un giorno viene ritrovato il corpo di una adolescente, nuda, in uno scantinato, uccisa da un colpo di arma da fuoco. Non è Hedda. Di Hedda non vi è traccia. E non si conosce nemmeno l'identità della vittima.

La neve copre i suoni, i rumori, copre le tracce; e come se non bastasse, la denuncia di un bordello nel paese che avvicina a se' la gente più impensabile, sconvolge la popolazione. Magdalena si interessa ad entrambi i casi, così tanto distinti da essere forse anche collegati.

E' un giallo appassionante, questo romanzo di Ninni Schulman, scrittrice e giornalista che trova il suo “fondamento” per scrivere proprio una storia di cronaca vera; lo stile è diretto, a volte anche molto violento, e deve essere così, altrimenti il lettore non riuscirebbe a lasciarsi coinvolgere totalmente dal caso. E' vero, ci sono fatti e piccoli particolari che riguardano soprattutto la vita privata dei personaggi, che alla fine non “tornano” molto, ma è anche il primo libro, immagino, di una serie di romanzi in cui ritroveremo alcuni dei protagonisti di “La bambina con la neve tra i capelli”, e la mia speranza è proprio quella che la scrittrice mi sciolga ogni dubbio a riguardo negli altri volumi.

Consigliato a: gli amanti dei gialli, in particolare di quelli svedesi; a chi ha poco tempo da dedicare alla lettura; a chi sceglie di rintanarsi sotto alle coperte con un buon libro, attendendo che il freddo fuori dalla finestra scemi.

Citazione: “La neve e il ghiaccio si erano ammassati sia sul cardine inferiore sia sotto la porta della cantina, e ora era impossibile richiuderla.
Imprecò a denti stretti cercando di liberarla con la pala.
Quando infine si arrese rimaneva ancora una fessura di dieci centimetri. Con un certo fastidio si accorse anche di avere il petto e le maniche della giacca imbrattati di sangue.
Coprì con la neve le macchie davanti alla casa, poi raccolse i vestiti. Quanto alla striscia rosso chiaro che correva fino alla porta della cantina, non ebbe il tempo di rimediare. In ogni caso ce l'aveva fatta, pensò mentre si precipitava verso l'auto.

Era finita”.

lunedì 18 novembre 2013

Con i tuoi occhi - Lorenza Ghinelli

Con i tuoi occhi, Lorenza Ghinelli. 2013, Newton Compton Editori, 369 pagine.

La finalista al Premio Strega 2012, Lorenza Ghinelli, ci propone quest'anno un nuovo romanzo, “Con i tuoi occhi”. Mi piace definirlo quasi un romanzo di formazione, che segue la vita di due bambine alla scoperta del mondo, dell'amore, del rispetto, della fiducia reciproca, del sesso, fino all'età adulta.

Irma e Carla, le protagoniste del romanzo, non si conoscono, appartengono a due mondi completamente diversi: qui la classica dicotomia nord-sud è accentuata proprio dalla distanza territoriale che incombe sulle due. La prima, Irma, cresciuta a Rimini, complice un'amichetta strana e “precoce”, abbandona all'età di dieci anni le bambole, diventando lei stessa una “bambola” per uomini adulti; i balocchi di un tempo vengono troppo velocemente accantonati e dimenticati, contro nuovi giochi perversi e sconosciuti.
E questa “scelta di vita” segnerà Irma nel profondo: insaziabile, ignorante di ciò che veramente desidera, si lascerà cullare e trasportare da onde sempre più perverse, sballottata da un uomo all'altro, da un'esperienza all'altra, senza affezionarsi a nessuno, senza riuscire a colmare il vuoto che ristagna dentro di lei.
Fino a quando non incontra Carla.

La seconda protagonista del libro è una ragazzina che nasce nella Sicilia della pesca e del sole che scotta la pelle, in una famiglia di gran lavoratori, immersa nella natura e in un'amicizia forte, vera, particolare, quella con Salvatore. A causa di una malformazione agli occhi e alla perdita del lavoro di suo padre, la famiglia di Carla è costretta a lasciare l'amata Sicilia e a trasferirsi a Bologna. Insieme alla terra natia Carla abbandona anche Salvatore.
Sarà il fato, il destino che a volte non è così crudele come può sembrare, a far incontrare le due ragazze e a far cambiare decisamente il corso della loro vita.

“Con i tuoi occhi” è un romanzo dell'emigrazione, della paura di fidarsi, del timore di amare incondizionatamente ed essere pronti, a volte, anche all'abbandono. Il tocco dell'autrice è proprio quello di descrivere la storia mediante un linguaggio incisivo, schietto, aspro, veloce come rapide scorrono le vite delle protagoniste. E grazie a questo, il coinvolgimento del lettore nella storia è pressoché totale. E si raggiunge la fine dimenticandosi quasi di respirare.


Consigliato a: chi è appena uscito dall'adolescenza e a chi, invece, l'adolescenza l'ha passata da un pezzo ed è curioso di scoprire se anche quelli di Irma e di Carla, sono stati anni difficili e ribelli, come i propri.


Citazione: “Ci sono notti che a tenersi abbracciati, comunque non passano. Ci sono notti in cui l'odore dell'altro è qualcosa da non dimenticare. Ci sono notti in cui il pensiero di scordarlo può fare impazzire. Soprattutto, ci sono notti in cui le parole non bastano, e allora si tace, e le orecchie fanno male per tutto quel silenzio o per la paura che qualcosa giunga a spezzarlo, senza cura. Quella notte, Anna e Matteo si tennero stretti e si respirarono addosso. Proprio come Carla e Salvatore. Odiarono l'alba, quando si insinuò tra loro svelando un nuovo giorno”.



sabato 16 novembre 2013

La fattoria degli animali - George Orwell

La fattoria degli animali, Gorge Orwell. 1945, Mondadori, 125 pagine

Sono due le opere di George Orwell da leggere assolutamente: il famoso e osannato (giustamente) 1984 e il romanzo di cui parliamo oggi, La fattoria degli animali. Scritta tra il novembre 1943 e il febbraio 1944, l’opera è una satira verso un certo tipo di totalitarismo, nello specifico quello messo in atto da Stalin nell'Unione Sovietica.

La trama, in breve, è molto semplice. Gli animali della fattoria padronale gestita dal signor Jones, si ribellano dopo aver ascoltato l’esortazione del Vecchio Maggiore, un vecchio e saggio verro. Poco prima di morire, il Vecchio Maggiore insegna a tutti gli animali Bestie d’Inghilterra, un inno che profetizza la liberazione dagli umani. Esasperati dal signor Jones, gli animali si ribellano veramente e conquistano la fattoria. Si autogestiscono, fissano regole sulla carta meravigliose (7 comandamenti), ma utopiche. Ben presto però emerge una nuova classe di burocrati sfruttatori, i maiali. In particolare Napoleone e Palladineve. La lotta per il potere la vince il primo, il secondo viene esiliato e su di lui cadono tutte le colpe, mentre Napoleone, protetto da cani feroci, si prende i meriti che non ha.

E’ evidente come Orwell, attraverso una favola, descriva la situazione nell’URSS del 1943. La fattoria degli animali è una satira verso gli ideali utopici della rivoluzione russa, dei soviet, e ogni fatto del romanzo si può far risalire a eventi realmente accaduti. Orwell ebbe non poche difficoltà a farsi pubblicare il romanzo. Lui stesso racconta tutto alla fine del libro, nel capitolo intitolato La libertà di stampa. L’URSS nel 1943 era al fianco degli alleati nella guerra contro Hitler ed era praticamente proibito criticare Stalin per qualsiasi ragione.

La fattoria degli animali va letta, per capire cosa è stata davvero la rivoluzione russa, quali ideali non ha poi rispettato, diventando l’occasione per la presa del potere dell’ennesimo dittatore. Orwell è un maestro nel narrare tutto questo attraverso i gesti e le parole degli animali. Narra di una situazione politica scomoda, ma che va comunque denunciata, anche a costo di farsi dei nemici.

Consigliato a: grandi e ragazzi. Si tratta di un classico, quindi è sempre una buona lettura. Chi studia potrà inoltre farsi una chiara idea di come sono andate le cose nell’URSS, in sostanza dalla seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino.

Citazione: “Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all'uomo, e dall'uomo al maiale, e ancora dal maiale all'uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro.”

lunedì 21 ottobre 2013

Orfani - Recchioni e Mammucari

Orfani, numero 1: “Piccoli spaventati guerrieri”. Recchioni-Mammucari. 2013, Sergio Bonelli Editore. 98 pagine a colori

Sergio Bonelli Editore rilancia. Per la prima volta nella sua lunga storia, la casa editrice milanese propone una serie mensile totalmente a colori e rivolta principalmente ai ragazzi dai 12 ai 18 anni, una fascia di lettori tutta da conquistare, notoriamente distratta da Internet, videogiochi, televisione e poco avvezza alla lettura dei fumetti. La Bonelli ci prova con una saga fantascientifica, Orfani, opera dello sceneggiatore Roberto Recchioni e del disegnatore Emiliano Mammucari.

Il numero uno in edicola da pochi giorni è intitolato “Piccoli spaventati guerrieri”. La trama in breve. Una parte della Terra, l’Europa, viene attaccata da una misteriosa arma da non precisati alieni. La professoressa Jsana Juric e il colonnello Takeshi Nakamura raccolgono i bambini sopravvissuti, ormai rimasti orfani. L'obiettivo dei due è addestrarli per diventare guerrieri in vista di una rappresaglia. La prima parte dell’albo ci mostra questo, mentre la seconda ci trasporta direttamente qualche anno dopo all’attacco terrestre degli Orfani contro il pianeta dal quale è arrivato l’attacco al Mondo.

Nulla di particolarmente originale nella trama, ma la storia è narrata con chiarezza, con ritmo e con un linguaggio sciolto e scorrevole. I cliché del genere fantascientifico ci sono tutti, anche troppi. L’inizio ricorda molto Terminator 2, la parte centrale vagamente Hunger Games e la parte finale nettamente Fanteria dello Spazio. Il look dei soldati terrestri è simile a quello del videogioco Halo. Ma non c’è da stupirsi: tutte le serie Bonelli pescano a due mani da film, libri e serie tv, da sempre. L’importante è come si struttura una storia e per il momento Orfani non delude.
Riguardo ai termini forti usati nei dialoghi (termini che nei mesi scorsi aveva già anticipato la casa editrice) per il momento oltre a “puttana” non si va.
I colori poi sono ben dosati e danno fascino all’albo (nota per feticisti: la carta ha un profumo sublime), le inquadrature sono buone e le scene di combattimento sono rese al meglio.

Per avere un giudizio più completo dovremo ovviamente attendere le prossime uscite. Per Orfani sono state già programmate due stagioni di 12 albi mensili ciascuna. Se il pubblico apprezzerà, naturalmente la saga proseguirà con una terza stagione. Ed è quello che tutti ci auguriamo per il bene del fumetto nostrano.

martedì 15 ottobre 2013

Cyrano de Bergerac – Edmond Rostand

Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand. 2009, Feltrinelli. 285 pagine.

Io odio i testi teatrali. Oddio, bhe, forse odiare è un tantino esagerato, diciamo che non mi piace leggere opere in cui c'è uno scambio continuo di dialoghi tra i vari personaggi. Quindi il mio pseudo-odio è per così dire stilistico, non tanto legato a trama e intreccio.
Fatto questo doveroso preambolo, cosa fa una ragazza che odia leggere questo tipo di opere? Ma ovviamente prende in mano a tempo perso il Cyrano de Bergerac, giusto per vedere se anche in questo caso si fosse risvegliato il suo solito sentimento ostile.
Per coloro i quali si stiano chiedendo se così è stato rispondo con un bel nì, e ora spiego perché.

Per quanto riguarda la trama, niente di così strano o innovativo, la classica storia del bruttino, di naso dotato e sagace spadaccino – Cyrano per l'appunto – che si innamora della bella Rossana, sua cugina, la quale ovviamente non ricambia ma ama perdutamente un giovane e stupendo cadetto, Cristiano.
Se io fossi stata nei panni di Cyrano avrei sfidato immediatamente a duello Cristiano certa che avrei vinto, ma purtroppo il protagonista ha scelto una strada diversa. Cyrano infatti, sotto preghiera di Rossana, proteggerà Cristiano e lo aiuterà nella stesura di lettere stupende tanto amate dalla ragazza.
A voi lettori la ovvia e tragica conclusione della vicenda.

Resta quindi una storia carina, semplice, divertente e drammatica allo stesso tempo, ma purtroppo, scusatemi, non riesco proprio a farmi piacere lo stile da commedia teatrale. Probabilmente sono più una lettrice da prosa romanzesca/saggistica.

Concludendo, la lettura di quest'opera (a parte tutte le considerazioni del caso sullo stile e quant'altro) è stata scorrevole e molto piacevole. Sotto l'apparente superficie tematica fatta del classico amore non corrisposto, si trovano temi più profondi come l'amicizia, la temerarietà, la drammaticità dell'esistenza e dell'eroe moderno, il tutto trattato in modo semplice, a tratti comico e interessante.

Consigliato a: tutti quei lettori che hanno sempre sentito parlare di questo strano e famoso personaggio, ma che non si sono mai avvicinati all'opera per paura che fosse pesante o chissà cos'altro. 

Citazione: 
“CYRANO
Ebbene, sì, è il mio vizio.
Dispiacere è il mio piacere. Amo esser odiato.”

venerdì 11 ottobre 2013

Kitchen - Banana Yoshimoto

Kitchen, Banana Yoshimoto. 1988, Feltrinelli. 148 pagine

Kitchen è il romanzo d’esordio di Banana Yoshimoto, autrice giapponese classe 1964. Si tratta di un libro scritto nel 1988 e diviso in due parti: Kitchen e Plenilunio (Kitchen 2). In appendice è presente anche il racconto Moonlight Shadow.


La protagonista di Kitchen si chiama Mikage, appassionata di cucine intese come arredamento e di cucina. Quando perde la nonna, l’unica parente che ha, la ragazza rimane sola al mondo e così accetta l’invito di Yuichi, un compagno di università e soprattutto amico della defunta nonna: andare a vivere con lui e sua madre Eriko. Ma Eriko in realtà è il padre di Yuichi, diventato donna dopo la morte della moglie. Mikage, persa completamente la sua famiglia d’origine, si ritrova quindi in questo nuovo e particolare nucleo familiare dove supera piano piano il lutto. Ma la morte sembra perseguitare i due ragazzi che devono imparare a fare i conti con la durezza della vita, aggrappandosi l’uno all’altra per evitare di soccombere definitivamente.

Non dirò altro sulla trama se non che il romanzo è principalmente basato sulla perdita della famiglia, sulla morte, sul lutto e sulla solitudine giovanile. La Yoshimoto dà voce all’inquietudine dei ragazzi giapponesi usando uno stile semplice e fresco, comprensibile a tutti, e ispirato ai manga, più precisamente allo shōjo manga. E’ un libro che si legge d’un fiato, impreziosito da un terzo racconto, Moonlight Shadow, che altro non è che la tesi di laurea dell’autrice, con cui ha vinto il premio di facoltà della Università del Giappone (Nihon Daigaku). Quest’ultimo è un racconto che mescola la storia di un amore perso con la fantascienza in pieno stile manga, tanto per cambiare. Ma, vi devo confessare, ho preferito questo racconto finale a Kitchen. Questione di gusti, immagino. Ma la poetica presente in Moonlight Shadow mi ha stregato. Anche qui si parla di morte e di lutto, ma senza mai scaturire nel melodramma e nell’autocommiserazione. Questa è la vera dote della Yoshimoto quando tratta di questo tema.

Consigliato a: gli amanti dei manga principalmente. I temi trattati e anche le descrizioni riportano alla mente le vignette dei fumetti giapponesi. E Kitchen è anche la base di partenza ottimale per tuffarsi nel mondo letterario di Banana Yoshimoto.

Citazione: “Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi accorgo che vivo.”

lunedì 23 settembre 2013

Orchidee nere - Rex Stout

Orchidee nere, Rex Stout. 2012, Beat (collana GialloBeat). 224 pagine.

Nero Wolfe mi è arrivato in un pacchetto, in un giorno inaspettato. Un regalo di Federico, per il mio compleanno.
Avevo intenzione di avvicinarmi a Rex Stout (creatore dell'investigatore privato un po' burbero e sofisticato e sì, anche grasso) da un bel po' e grazie a questa sorpresa ci sono riuscita!
Il volume raccoglie due indagini di Nero Wolfe. Sono racconti lunghi che si dipanano in pochi giorni. Interessante è anche la prefazione di un maestro del giallo italiano, Carlo Lucarelli, che ha incontrato il “suo” Nero Wolfe un giorno, per le vie di Bologna.

A prima vista sembra di trovarsi accanto al grande Hercule Poirot, ma ci si rende conto da subito che qualcosa è diverso; Rex Stout è un Agatha Christie in pantaloni, che sceglie la metropoli di New York per ambientare le sue storie, con un pizzico di spensieratezza e di ironia maschile in più, sicuramente.

Nero Wolfe è un uomo di corporatura possente, amante del buon cibo (se vi capitasse mai di sedervi alla sua tavola, ricordate di non parlare mai di lavoro; è bandito ogni argomento, fuorchè il cibo) e della buona birra; evita di incamminarsi per le vie trafficate della città e preferisce accudire le sue orchidee nel suo palazzo in arenaria situato al 918 della 35esima strada. Nero Wolfe è misogino, guarda con supponenza il resto dell'umanità, è pessimista ed egocentrico. Uno dei pochi che sa trattare con lui è Archie Goodwin, il suo fedele braccio destro. E' lui che si destreggia per New York a caccia di indizi, che sfrutta il suo savoir-faire per prendere appuntamenti e incontrare persone a conoscenza dei fatti su cui si investiga.

I racconti che troviamo racchiusi in questo libro sono due; il primo, “Orchidee nere”, vede un raro caso in cui l'investigatore, senza nemmeno troppa fatica, si solleva dalla sua poltrona preferita per raggiungere il palazzo in cui è in corso una esposizione floreale, che vede come “pezzo forte” la mostra di un ibrido di orchidee, nere. E' questo il luogo in cui avverrà l'omicidio di un giardiniere, Harry Gould, inspiegabile e impossibile, a prima vista. L'investigatore farà di tutto per risolverlo, anche perdere dignità davanti ad un altro esperto nell'arte del giardinaggio, e chiudendosi in una camera a gas.
La seconda indagine, “Cordialmente invitati ad incontrare la morte”, vede protagonista Bess Huddleston, famosa organizzatrice di ricevimenti per ricchi, che trova la morte a causa di un avvelenamento per tetano. In apparenza potrebbe sembrare un decesso accidentale, ma grazie all'aiuto di un gorilla (sì, avete letto bene. Un gorilla!) Nero Wolfe riuscirà a svelare anche questo mistero.

Consigliato a: tutti gli amanti del giallo classico, di personaggi come Maigret, Miss Marple e Poirot, trapiantati in America.

Citazione: "Temo di essere debole" disse in tono di scusa. "Ho mangiato solo una mela a colazione e da allora non ho messo altro sotto i denti".
Aveva detto l'unica cosa al mondo che poteva impedire a Wolfe di dire a lui di rivolgersi alla polizia e a me di sbatterlo fuori. Esiste un solo tipo d'uomo che non viene mai messo alla porta in casa nostra: quello con lo stomaco vuoto.



venerdì 20 settembre 2013

Stagioni diverse - Stephen King

Stagioni diverse, Stephen King. 1982, Sperling & Kupfer. 588 pagine

Stephen King scrive Stagioni diverse nel 1982, dopo aver dato alle stampe Carrie, Le notti di Salem, Shining, A volte ritornano, L’ombra dello scorpione, La zona morta, L’incendiaria e Cujo. Ma anche dopo Ossessione, La lunga marcia e Uscita per l’inferno, pubblicati con lo pseudonimo di Richard Bachman.
Si tratta di una raccolta di quattro novelle, tre delle quali diventate celebri dopo l’uscita di altrettanti film a loro ispirati. E sono una più bella dell’altra, credetemi. King, come al solito, conduce il lettore per mano senza lasciarlo fino all’ultima riga del libro. C’è l’orrore, ovviamente, l’incubo, ma anche tanta vita, tanta avventura e storie intense. Vediamole una a una.

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank
Le ali della libertà per chi conosce il film. Tra l’altro una delle pellicole più belle delle storia del cinema. La trama è nota: il banchiere Andy Dufresne viene accusato dell’omicidio della moglie e dell’amante e incarcerato nella prigione di Shawshank. La storia inizia nel 1947 e la narra il suo migliore amico, Red, conosciuto nel carcere come la persona che può procurare qualsiasi cosa ai detenuti. E il poster di Rita Hayworth è una delle cose che Andy chiede a Red. Non svelo altro per chi non avesse visto il film e letto la novella. Una novella magnifica che ti prende dalla prima all’ultima pagina. A un certo punto sembra di vivere a Shawshank per quanto è alta l’intensità.

Un ragazzo sveglio
L’allievo il titolo del film. Il tredicenne Todd Bowden riconosce (grazie a riviste consultate precedentemente a casa di un amico) su un autobus un ex gerarca nazista. Lo va a trovare e, dopo aver negato, Arthur Denker ammette di essere in realtà Kurt Dussander, comandante del campo di concentramento nazista di Patin durante la seconda guerra mondiale. Todd vuole sapere tutto sulle atrocità commesse da Dussander e i nazisti e spende sempre più tempo con il vecchio, e i risultati scolastici ne risentono. Così Dussander dovrà fingersi il nonno del ragazzo per risolvere la grana della scuola. Ma questo innescherà una serie di eventi che porteranno alla tragedia. Tra le quattro novelle è quella che mi è piaciuta meno. Ma non perché sia banale, scritta male o poco avvincente, anzi è il contrario. Ma l’ho trovata ‘disturbante’ per il tema trattato. E mi rendo però anche conto che ‘disturbante’ può essere un pregio, quindi bravo King pure stavolta.

Il corpo
Stand by me il celebre film. Il racconto è ambientato nel 1960 quando Gordon Lachance, un tredicenne che vive a Castle Rock, nel Maine, e tre amici, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio, trovano il corpo di Ray Brower, un loro coetaneo uscito in cerca di mirtilli e mai più tornato. Sembra sia stato investito da un treno. E’ Gordon il narratore, un ragazzino che ha il talento di saper raccontare e infatti diventerà uno scrittore da adulto. La novella è avventura allo stato puro con i protagonisti sboccatissimi e divertenti. Ma c’è anche un velo di tristezza nell’aria, la sensazione che tutto presto finirà per forza di cose. Da non perdere il racconto nel racconto La Vendetta di Culo di Lardo Hogan narrato da Gordon ai tre amici. E simpatica la citazione di Cujo.

Il metodo di respirazione
L’unica novella dalla quale non è stato tratto alcun film. Il narratore della storia è David, un uomo di mezza età, notaio a Manhattan, associato a uno strano club in cui i membri, oltre a leggere libri che non esistono in alcuna biblioteca del mondo, discutono e giocano a biliardo e scacchi, raccontando strane storie. Il giovedì prima di Natale, l'anziano medico Dr. McCarron racconta la storia di una paziente incinta e del suo parto, avvenuto in un modo tanto agghiacciante quanto incredibile. Forse la mia novella preferita di Stagioni Diverse, anche se la scelta è ardua. Il metodo di respirazione è tutto King: c’è l’horror, c’è il mistero, l’inspiegabile, l’umanità dei personaggi, l’amore, le lacrime.

Consigliato a: gli amanti di King, naturalmente. Una lettura che va fatta. E a chi conosce i film ma non le novelle per poter fare un paragone ragionato.

Citazione: "Voglio andarmene in qualche posto dove nessuno mi conosce e dove non ho nessuna macchia nera addosso prima di cominciare. Ma non so se ce la faccio." "Perché?" "La gente. La gente ti trascina giù." "Chi?" chiesi io, pensando si riferisse agli insegnanti, o a mostri adulti come Miss Simons, che aveva desiderato una gonna nuova, o magari a suo fratello Eyeball che se ne andava in giro con Ace e Billy e Charlie e gli altri, o magari a suo padre e sua madre. Ma lui disse "I tuoi amici, loro ti trascinano giù, Gordie. Non lo sai?" Indicò Vern e Teddy, che si erano fermati e aspettavano che li raggiungessimo. Stavano ridendo di qualcosa; Vern, anzi, era piegato in due dalle risate. "I tuoi amici. Sono come quelli che ti annegano attaccandosi alle gambe. Non puoi salvarli. Puoi solo annegare con loro." (da Il corpo)

lunedì 9 settembre 2013

Il paradiso degli orchi - Daniel Pennac

Il paradiso degli orchi, Daniel Pennac. 1985, Feltrinelli. 202 pagine

Con Il paradiso degli orchi, Daniel Pennac ci conduce per la prima volta alla scoperta di Benjamin Malaussène e della sua particolare famiglia. Per chi non conoscesse lo scrittore francese o la saga del più celebre capro espiatorio della letteratura, questo libro è il punto d’inizio, una lettura obbligata che vi divertirà e vi stupirà come poche altre.

Benjamin Malaussène vive a Parigi con una famiglia particolare, senza mamme o padri, ma solo con fratelli e sorelle. La madre infatti non è mai a casa e passa da una fuga d’amore all’altra, ritornando ogni volta incinta e lasciando solo Ben a prendersi cura dei suoi fratellini e delle sue sorelline. Ci sono l’adolescente Clara, appassionata di fotografia; Therèse, bizzarra ragazza con doti da veggente sensitiva; Jeremy, ragazzino pestifero e geniale; il Piccolo con i suoi incubi sugli orchi di Natale; Louna, la seconda in ordine di età, infermiera incinta che vive ormai per conto suo; poi “zia” Julia, un'attraente giornalista d’assalto; e la “zia” maschio Theo, collega e grande amico del protagonista, omosessuale e fanatico degli abiti. Con l’aggiunta di Julius, un cane puzzolente e anche epilettico. Ben lavora in un Grande Magazzino, ufficialmente come responsabile del Controllo Tecnico, ma in realtà come capro espiatorio. Ovvero: quando un cliente si lamenta per un prodotto difettoso che magari ha anche causato danni fisici, viene chiamano Manaussène che si prende ogni colpa. Ma Ben è bravo nel piangere e nel farsi compatire e così il cliente, impietosito, ritira ogni denuncia o minaccia. Le cose si complicano quando nel Grande Magazzino iniziano a scoppiare bombe che uccidono determinate persone. Qualcuno vuole farsi giustizia e Ben, sempre presente al momento degli attentati, resterà immischiato nella faccenda e diventerà il sospettato numero uno dalla polizia.

Pennac è un autore che bisogna leggere, un vero professore di liceo, la sua reale professione non per sbaglio. All’inizio del romanzo forse avrete qualche perplessità per l’utilizzo di determinati vocaboli sicuramente rari da trovare in un romanzo d’intrattenimento, ma non mollate la presa, continuate nella lettura e ne rimarrete folgorati. Il paradiso degli orchi tratta un tema delicato come la pedofilia e la violenza sui minori, ma lo fa con ironia. Non sulle vittime, sia chiaro. Pennac lo dichiara nel romanzo: la sua arma è “l’umorismo, irriducibile espressione dell’etica”. E così è. Tornando un attimo ai personaggi, non potrete non innamorarvi di loro. Se non di tutti, di molti, credetemi. Oltre alla citata famiglia, c’è un intero universo di persone da scoprire nel Grande Magazzino.

I romanzi del ciclo Malaussène sono i seguenti e vanno letti nel seguente ordine: Il paradiso degli orchi (1985), La fata carabina (1987), La prosivendola (1989), Signor Malaussène (1995), Ultime notizie dalla famiglia (1995-1996) e La passione secondo Thérèse (1999).

Consigliato a: chi pensa che l’ironia e l’umorismo siano armi potentissime per combattere il male e l’ingiustizia. E a chi non conosce ancora Pennac, ovviamente.


Citazione: “Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l'ampiezza del disastro.”

giovedì 29 agosto 2013

La gang dei sogni - Luca Di Fulvio

La gang dei sogni, Luca Di Fulvio. 2008, Mondadori. 571 pagine.

La storia editoriale di Luca Di Fulvio è singolare. Autore acclamato all’estero, soprattutto in Germania dove ogni suo libro è un bestseller garantito, Di Fulvio è poco conosciuto in Italia e non se ne capisce il motivo. Lo scrittore romano ha qualcosa da invidiare ai vari Massimo Gramellini, Marcello Simoni o Giorgio Faletti, recenti campioni d’incasso nostrani? No, anzi. Luca Di Fulvio, a mio modesto parere, ha una marcia in più tra quelli citati.

La gang dei sogni
è un romanzo del 2008 ed è ambientato negli Stati Uniti agli inizi del XX secolo e negli Anni Venti, a New York e a Los Angeles. Nel 1909 sbarca a Ellis Island un transatlantico proveniente dall’Italia e con esso una giovane donna di nome Cetta Luminita e il suo bambino, Natale. Il piccolo viene però subito chiamato, dagli addetti dell'immigrazione, Christmas. La giovane Cetta affronta con coraggio le difficoltà della vita nel ghetto italiano del Lower East Side di New York con un solo desiderio: che il suo bambino diventi un vero americano, libero di poter scegliersi una vita. Ma nella New York dei primi del Novecento a dettare legge sono i gangster. Christmas s’inventa una banda: i Diamond Dogs. Una gang immaginaria perché oltre a lui ne fa parte solo l’amico Santo. Ma Christmas ha un dono speciale: una fantasia vivissima e riesce a rendere vere cose e fatti mai accaduti attraverso storie che fanno sognare chiunque lo ascolti. Riuscirà così ad ammaliare un’intera città fondando anche una radio clandestina e ottenendo il successo che merita. Ma La gang dei sogni non è solo questo: è anche una storia d’amore, di violenza, di sofferenza e di riscatto. Christmas soccorre una ragazza vittima di una violenza sessuale e se ne innamora. Ma è un amore quasi impossibile: lei è bella, ricca, ebrea, ma soprattutto segnata fisicamente e psicologicamente dalla violenza subita. Viene portata dai genitori a Los Angeles mentre lui, ragazzo di strada, povero, resta a New York. Il violentatore si chiama Bill e seguiremo anche la sua storia che lo porterà a fuggire a Hollywood.

La gang dei sogni è un film. Sì, un film. Perché è quella la sensazione che si prova durante la lettura e a fine libro. Uno splendido film sugli Anni Venti americani. L’atmosfera di quel periodo è resa al meglio, sembra di sentirne gli odori e pare di leggere un romanzo di Francis Scott Fitzgerald a livello di ambientazione. Di Fulvio costruisce la prima parte del romanzo con flashback continui che raccontano la vita a New York di Cetta intorno al 1910 e quella di Christmas adolescente e poi uomo dal 1922 al 1929. La seconda parte invece prosegue seguendo le vicende del ragazzo in ordine cronologico. Con cambi di set tra New York e Hollywood. La vicenda è narrata in terza persona al passato. I punti di vista sono molti e Di Fulvio salta da un punto di vista all’altro, spesso senza staccare il periodo nella pagina del libro, e racconta i pensieri di tutti. Nonostante questo il lettore non perde mai il filo, capisce immediatamente chi pensa cosa e la storia corre che è un piacere. Come un film, appunto.


Concludendo, Di Fulvio è stata una scoperta illuminante e considero già questo scrittore tra i migliori nel panorama italico. Almeno per quanto riguarda questo romanzo che consiglio caldamente a tutti.
La gang dei sogni è avventura, è un romanzo di formazione, di sofferenze, di soprusi e di rivincite. Ma è anche un grande romanzo d’amore. Non mi vergogno a dire di essermi commosso a fine lettura.

Consigliato
a: tutti. I lettori spesso si lamentano di non trovare uno scrittore italiano all’altezza, forse scottati da letture precedenti. Eppure di bravi autori nostrani ce ne sono e Di Fulvio va inserito di diritto in questa rosa. Il romanzo è lungo ma una pagina tira l'altra.

Citazione
: “Ma i loro occhi erano allacciati. E in quegli sguardi velati dalle lacrime ci furono più parole di quante avrebbero potuto dire, più verità di quante avrebbero potuto ammettere, più amore di quanto avrebbero potuto mostrare. E c’era più dolore di quanto fossero capaci di sopportare.”

martedì 20 agosto 2013

Se sembra scritto, riscrivilo

Scompare oggi Elmore Leonard, grande scrittore e sceneggiatore americano. Aveva 87 anni.

Tra i film tratti da sue opere oppure da lui sceneggiati o prodotti ricordiamo Quel treno per Yuma, Hombre, Get Shorty, Out of Sight, Jackie Brown, Be Cool. I suoi libri, più di 45, sono popolati di truffatori, bari e killer improbabili, sempre descritti con uno stile semplice e diretto in cui la parte del leone la fanno i dialoghi. Quei dialoghi di cui Leonard era maestro indiscusso.

In questo triste giorno, pubblichiamo le 10 regole di Leonard per scrivere della decente narrativa.

1. Mai iniziare un libro parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni climatiche, non andrai molto lontano. Il lettore è pronto a saltare le pagine per cercare le persone. Alcune eccezioni. Se ti capita di essere Barry Lopez, che conosce più modi di un eschimese per descrivere il ghiaccio e la neve nel suo Sogni Artici, puoi fare tutti i bollettini meteo che vuoi.

2. Evita i prologhi: possono irritare, soprattutto quelli che seguono un’introduzione che viene dopo una prefazione. Queste sono cose che di solito si trovano nella saggistica. In un romanzo, un prologo è un antefatto, e puoi metterlo dove ti pare. C’è un prologo in Quel fantastico giovedì di Steinbeck, ma va bene perché lì c’è un personaggio che centra esattamente ciò di cui parlo in queste regole. Dice: “Mi piacciono i dialoghi in un libro, e non mi piace che nessuno mi dica com’è il tizio che parla. Voglio immaginarmelo dal modo in cui parla”.

3. Nei dialoghi non usare altri verbi tranne “disse”. La battuta appartiene al personaggio; il verbo è lo scrittore che ficca il naso. Almeno, “disse” non è invadente quanto “borbottò”, “ansimò”, “ammonì”, “mentì”. Una volta notai che Mary McCarthy aveva chiuso una battuta con “asserì” e dovetti smettere di leggere e prendere un dizionario.

4. Non usare un avverbio per modificare  il “disse”… ammonì gravemente. Usarlo in questo modo (o in qualsiasi altro modo) è un peccato mortale. Così lo scrittore si espone troppo, usando una parola che distrae e che può interrompere il ritmo dello scambio. In uno dei miei libri si raccontava di un personaggio che era solito scrivere storie d’amore d’ambientazione storica “piene di stupri e avverbi”.

5. Tieni i punti esclamativi sotto controllo. Ti è permesso di usarne non più di due o tre ogni 100.000 parole.  Se poi sei incline a giocare con i punti esclamativi come Tom Wolfe, puoi aggiungerne a manciate.

6. Non usare mai “improvvisamente” o “s’è scatenato l’inferno”. Questa regola non richiede una spiegazione. Ho notato che gli scrittori che usano “improvvisamente” tendono ad avere meno controllo nell’uso dei punti esclamativi.

7. Usa dialetti e slang con moderazione. Una volta che cominci a compitare foneticamente le parole nei dialoghi e a riempire le pagine di apostrofi, non sarai più in grado di fermarti. Nota come Annie Proulx cattura il sapore delle sonorità del Wyoming nella sua raccolta di racconti Distanza ravvicinata.

8. Evita descrizioni dettagliate dei personaggi, come faceva Steinbeck. In Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway come sono “l’Americano e la ragazza che era con lui”? “Si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo”. Nel racconto, questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica.

9. Non dare troppi dettagli descrivendo posti e cose, a meno che tu non sia Margaret Atwood e sia in grado di dipingere con le parole. Non vuoi descrizioni che portino l’azione – il flusso della storia – a un punto morto.

10. Cerca di omettere le parti che i lettori tendono a saltare. Pensa a cosa salteresti leggendo un racconto: fitti paragrafi che trovi abbiano troppe parole.

La mia regola più importante è quella che ricapitola la 10: se sembra scritto, riscrivilo.

lunedì 5 agosto 2013

La pietra del cielo - Jack Whyte

La pietra del cielo, Jack Whyte. 1996, Piemme. 538 pagine

Tempo fa alla mia domanda: «Conosci un romanzo che narra di battaglie e tattiche di guerra antiche?», una mia carissima amica rispose: «Leggi La stirpe dell’aquila di Jack Whyte.» Naturalmente sono corso a informarmi in Rete sul testo in questione scoprendo che esso faceva parte di una saga denominata “Le cronache di Camelot”. Non potevo iniziare dal libro consigliato dall’amica, essendo quello il terzo della saga, cronologicamente parlando. E allora ho comprato e letto il primo, La pietra del cielo, che è il romanzo che recensisco oggi, aggiungendo che mi è piaciuto talmente tanto che continuerò la lettura dell’opera di Whyte.

La pietra del cielo
è un romanzo storico, più precisamente un romanzo di finzione storica. Vale a dire che alcuni personaggi e fatti sono realmente esistiti e accaduti, altri no e sono frutto della fantasia dell’autore. Publio Varro e Gaio Britannico, i due protagonisti principali, sono personaggi immaginari ma che si muovono all’interno di eventi storici assolutamente reali. La pietra del cielo è narrato da Publio Varro che, ormai anziano, ricorda la sua vita. Legionario romano prima in Africa e poi in Britannia, viene ferito in un terribile scontro e decide di ritirarsi dalla vita militare e seguire le orme del nonno facendo il fabbro. Il nonno riuscì a forgiare una spada da un metallo contenuto in pietre cadute dal cielo, meteoriti. E Varro, incitato dal generale e amico di sempre Gaio Britannico, decide di cercare altre di queste pietre. Tra alterne vicende, battaglie, incidenti e fughe, Varro troverà quello che cerca quando andrà a vivere con Luceia, la sorella di Gaio, in una Colonia nel sudovest della Britannia.

Quello che Jack Whyte fa è interpretare, dandogli una parvenza storica reale, il ciclo arturiano. La Colonia che fondano Varro e Gaio sarà quindi Camelot e le misteriose pietre del cielo contribuiranno a forgiare la mitica spada Excalibur (in questo romanzo non avviene, ma così sarà. E non faccio spoiler visto che la quarta di copertina dell’edizione Piemme lo scrive chiaramente). Ho trovato il lavoro di Whyte enorme e affascinante e il suo stile è scorrevole, pulito e coinvolgente nella sua semplicità. Dietro La pietra del cielo c’è un immenso impegno di ricerca storica e l’autore scozzese ci descrive nei minimi dettagli usi e costumi dei romani del IV secondo d.c. Gli appassionati di storia avranno pane per i loro denti mentre chi ignorava molte cose sarà felice di apprenderle attraverso questo romanzo avventuroso e davvero avvincente. La figura di Publio Varro è tratteggiata talmente bene che alla fine del romanzo per noi diventa storicamente esistita. E’ vero, con tutte le debolezze che ha un uomo; fa errori come tutti, ma sa anche riscattarsi. Il burbero Gaio Britannico non è da meno  così come l’affascinante Luceia. E il cattivo, Seneca, be’, è talmente malvagio che la sete di vendetta non potrà che sorgere in voi.

Come avrete capito, La pietra del cielo mi è piaciuto non poco e cercherò di leggere l’intera saga che, per la cronaca, è composta da otto libri: La pietra del cielo, La spada che canta, La stirpe dell’aquila, Il sogno di Merlino, Il forte sul fiume, Il segno di Excalibur, Le porte di Camelot e La donna di Avalon.

Consigliato a
: non tanto a chi ama il ciclo arturiano, ma a chi ama le belle ricostruzioni storiche e soprattutto il periodo romano del IV secolo d.c. Whyte sarà il miglior professore di storia che abbiate mai avuto perché saprà anche entusiasmarvi.

Citazione
: “Invecchiando capisco che la vita è come una campagna militare: lunghi periodi di quiete e di noia in cui sembra che non accada niente e poi brevi, intensi spasimi, durante i quali tutto ciò che è importante si comprime in azione caotica.”

lunedì 29 luglio 2013

La casa degli spiriti - Isabel Allende

La casa degli spiriti, Isabel Allende. 1993, Feltrinelli. 364 pagine.

Signori della corte, ahimè lo ammetto e me ne scuso. Oggi affermo non senza vergogna che, dopo secoli lasciato a marcire e a impolverarsi tra gli scaffali della mia fagocitante libreria, il libro “La casa degli spiriti” della scrittrice Isabel Allende è stato preso in mano, spolverato, letto, o meglio divorato, dalla sottoscritta che ne è tra l'altro rimasta decisamente affascinata, dopo aver denigrato la suddetta scrittrice per anni divorata da falsi pregiudizi in merito.
A questo punto sono pronta a ricevere la sentenza.

La corte ha deliberato l'accusa di rea confessa nonché colpevole del reato di attesa esageratamente lunga prima della lettura dell'anzidetto libro con attenuante di preconcetti falsi e tendenziosi. La pena sarà scrivere una recensione obiettiva per dar modo a neofiti lettori di conoscere questo capolavoro della letteratura sudamericana. Così deciso la corte si ritira.

Ecco spiegato perché sono qui ora a tessere le lodi di questo fantastico romanzo.

Ammetto di aver sempre guardato con un certo snobismo la letteratura sudamericana, ma dopo aver letto la Allende la mia opinione in merito è cambiata radicalmente. 
“La casa degli spiriti” è una saga familiare descritta magistralmente, a sfondo storico e geografico definito, ma la cosa che mi ha piacevolmente colpito è stato il grande peso dato ai personaggi femminili.
Gli spiriti non ci sarebbero se non ci fosse stata Clara – una donna forte e dal carattere gustoso e semplice che l'ha resa il mio personaggio preferito; così come la storia non sarebbe stata altrettanto interessante senza personaggi come Rosa la bella, Blanca, Alba.
Per quanto riguarda i personaggi maschili è bene citare lo zio Marcos, un precursore matto e incompreso – e proprio per questo simpatico e accattivante – e Esteban Trueba, l'uomo da cui tutta la vicenda si muoverà.

É impossibile poi non confrontare il capolavoro della Allende con “Cent'anni di solitudine” di Márquez, poiché entrambi sono saghe familiari magistralmente raccontate dai due autori. Vero è che in Márquez è più difficile seguire il corso della storia per via di nomi sempre uguali e ripetuti di generazione in generazione e una quantità spropositata di personaggi, mentre in “La casa degli spiriti” seguire le vicende è più semplice perché si svolgono in un arco temporale non troppo lungo, i personaggi sono pochi e facilmente riconoscibile per nome e caratterizzazione. 
Resta comunque il fatto che a livello di letteratura sudamericana i due romanzi sono assolutamente consigliati perché due perle a livello di questo particolare tipo di scrittura e di temi.

Consigliato a: tutti coloro desiderosi di leggere un romanzo accattivante, a metà tra la realtà e la fantasia, con una forte carica esoterica e in cui le donne escono trionfatrici.

Citazione: “Così come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.”

giovedì 25 luglio 2013

Shadowhunters. Città di ossa - Cassandra Clare


Shadowhunters – Città di ossa, Cassandra Clare, 2007. Mondadori, collana Chrysalide. 525 pagine



Ultimamente sono in fissa coi libri dai quali sono stati tratti o lo saranno i film. E’ stato il caso di Divergent, romanzo che precede l’omonima pellicola in uscita nel 2014. Questa volta ho letto Shadowhunters – Città di ossa di Cassandra Clare e il film uscirà nel prossimo agosto, quindi è imminente. Si tratta di una saga fantasy, denominata The Mortal Instruments (che poi è il titolo originale del libro), ma il primo romanzo è fruibile tranquillamente avendo comunque un finale.



Shadowhunters - Città di ossa narra la storia di Clary, sedicenne americana che vive una vita apparentemente comune a New York con la madre e che non ha più un padre. La vita della ragazza cambia e viene sconvolta quando in un locale, accompagnata dall’amico Simon, vede dei tizi ricoperti di rune tatuate che nessun altro riesce a vedere. Questi uccidono un altro ragazzo. Si scopre presto che i tre sono dei Cacciatori di demoni, shadowhunters appunto, e Jace Wayland in particolare è incuriosito dalla giovane mondana (così sono chiamati gli umani) che riesce a vedere come loro persone e edifici nascosti alla mente degli uomini. Gli eventi precipitano quando la madre di Clary scompare e la ragazza insieme all'amico Simon, a Jace e agli altri Cacciatori, Alec e Isabelle, iniziano a indagare.



Non racconto oltre per non fare spoiler, ma il romanzo è una catena di eventi che si susseguono senza pausa, catapultando il lettore nel nuovo mondo creato dalla Clare. L’autrice americana nativa di Teheran riempie il romanzo di essere soprannaturali: angeli, demoni, vampiri, licantopri, fate, troll. Ci sono tutti, insomma. Ma la trama è ben costruita e la storia, scritta al passato in terza persona, è scorrevole, con molti dialoghi al suo interno. Il cattivo di turno, il Cacciatore esiliato Valentine, è crudele e affascinante, e i colpi di scena sono potenti, anche se alcuni prevedibili per lettori e cinefili (vedi Star Wars) un po’ sgamati. Non sarà un capolavoro della letteratura mondiale, ma è un bel libro di intrattenimento e di avventura.



Il ciclo The Mortal Instruments , oltre a Città di ossa, comprende i romanzi Città di cenere (2008), Città di vetro (2009), Città degli angeli caduti (2011), Città delle anime perdute (2012) e l’imminente City of Heavenly Fire (2014). Ci sono poi i prequel Shadowhunters – Le origini con L'angelo (2010), Il principe (2011)  e Clockwork Princess (2013). Come si può notare è una saga piuttosto lunga. Ma merita di essere letta e il periodo estivo lo trovo perfetto per farlo. Nulla di impegnativo, ma una trama e colpi di scena che intrattengono il lettore fino all’ultima pagina.



Consigliato a: gli amanti delle saghe fantasy. Qui le razze soprannaturali ci sono tutte. Quindi è un romanzo adatto ad adolescenti ma anche a quegli adulti che cercano una lettura non impegnativa e divertente.



Citazione: “Sentiva come se la sua vita fosse stata costruita su una lastra di ghiaccio sottile come un foglio di carta e ora quel ghiaccio stava iniziando a creparsi, minacciando di gettarla nel buio gelido sotto di lei. Nell’acqua scura, pensò, dove tutti i segreti di sua madre galleggiavano nella corrente, i relitti mai dimenticati di una vita naufragata.”

lunedì 22 luglio 2013

Il Re dei Ladri - Cornelia Funke

Il Re dei Ladri, Cornelia Funke. 2004, Mondadori. 370 pagine.

Ho da poco finito la sessione di esami estiva in modo più che dignitoso e quando porto a termine ogni mio piccolo traguardo sono solita regalarmi un libro, così ecco spiegato come ha fatto “Il Re dei Ladri” a ritrovarsi magicamente tra gli scaffali della mia ormai straripante libreria.

Molto spesso si giudicano i libri anche dalla copertina, ecco, in questo caso se avessi dovuto farmi influenzare dalla copertina questo libro sarebbe rimasto in libreria a prendere polvere, perché dai, obiettivamente le scelte estetiche per il layout di questo volume sono alquanto opinabili. Però il titolo era accattivante, così come l'autrice, che è riuscita a farmi innamorare del suo stile con la trilogia di Mondo d'Inchiostro, così l'ho preso e l'ho divorato in neanche due giorni!

Il libro è un fantasy godibile sia dai più piccoli che da bambini molto più cresciuti come me.
L'avventura si svolge a Venezia e i protagonisti sono dei ragazzini costretti ad essere ladruncoli per vivere che sottostanno al loro capo, il misterioso Re dei Ladri. Tra le vicende di questi bambini si interseca anche la storia di due fratelli orfani che per tutto il libro cercano di non farsi acciuffare dalla temibile zia Esther, loro tutrice legale.

Ma chi è davvero il Re dei Ladri? Ce la faranno i fratelli Prosper e Bo a scappare dalle grinfie della loro crudele zia? Quali segreti si nascondono tra le calli della Serenissima? Per rispondere a queste domande non c'è nient'altro da fare che immergersi nelle pagine di questo libro, che traboccano di amicizia, misteri, famiglia e avventure mozzafiato.

Consigliato a: bambini e ragazzi che desiderano immergersi in un'avventura fatta di amicizia e famiglia; consigliato anche a chi è più grande perché ogni adulto sogna di tornare bambino in fondo al cuore.

Citazione: “I bambini e gli adulti sono come i bruchi e le farfalle. Nessuna farfalla si ricorda di quando era un bruco”.

sabato 20 luglio 2013

Il Corsaro Nero - Emilio Salgari

Il Corsaro Nero, Emilio Salgari. 2012, Newton Compton editori (collana: grandi tascabili economici newton narrativa). 309 pagine.

Ho trovato questo libro un po' per caso, durante l'ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino, mentre spulciavo nello stand della Newton Compton editori e, visto che ultimamente i pirati stanno entrando per forza di cose nella mia vita universitaria, un jolly roger in copertina non poteva che attirarmi tanto da accaparrarmi più in fretta che potevo questo romanzo!

“Il Corsaro Nero” fa parte di un ciclo, “I corsari delle Antille”, composto da cinque romanzi distinti riguardanti la pirateria caraibica; questo, in particolare, narra le vicende di Emilio di Roccabruna, signore di Ventimiglia (noto a tutti come, appunto, il Corsaro Nero).
Egli si distingue da tutti gli altri filibustieri per i modi gentili, d'altri tempi, rigorosi, docili, cosa che infatti non collima solitamente con l'idea del pirata grezzo, volgare e razziatore della storia della letteratura.
Ha solo uno scopo, nella sua vita: dopo aver giurato vendetta sul mare, dio testimone e persino l'inferno, decide di perseguire fino alla morte il duca fiammingo Wan Guld, reo di aver assassinato e impiccato i fratelli dello stesso pirata, il Corsaro Verde e il Corsaro Rosso.

Per raggiungere il suo obiettivo, il vascello, Folgore, e i suoi marinai, saranno sempre accanto a lui; le avventure che vivranno saranno molteplici, nel mare in tempesta, tra abbordaggi perfettamente riusciti e immersioni nella fitta vegetazione delle foreste caraibiche; risparmiando la vita agli spagnoli nemici (perchè sì, il signore di Ventimiglia ha l'animo gentile e ammira il coraggio, anche se proviene dal suo avversario) e innamorandosi perdutamente di una donna, una duchessa, di cui conosce poco e nulla della sua vita, fino a quando una tragica profezia non si avvera, e forse segnerà il termine (oppure no?) di quell'amore tanto profondo e mai provato dallo stesso Corsaro, che piangerà, alla fine, tristi lacrime.

Lo stile di Salgari è rapido, incalzante, come deve essere quello di ogni romanzo d'avventura che si rispetti; ogni capitolo si conclude aprendo le porte al successivo, costringendo il lettore quasi a non fermare la lettura per la curiosità di scoprire che cosa viene dopo. E' da divorare!

Consigliato a: chi ama i romanzi di avventura, i pirati, i mari in burrasca, la sete di vendetta e perchè no? Anche a chi ha il cuore di pietra (perchè tanto, non esiste nessuno così glaciale; nemmeno il Corsaro Nero).

Citazione: “Continuò così alcuni minuti, poi fermandosi improvvisamente dinanzi a Morgan, gli chiese a brucia-pelo:
- Credete voi che certe donne siano fatali?...
- Che cosa volete dire?... - chiese il luogotenente con stupore.
- Sareste voi capace d'amare una donna senza paura?
- E perchè no?
- Non credete che sia più pericolosa una bella fanciulla che un sanguinoso abbordaggio?
- Talvolta sì, ma sapete, comandante, che cosa dicono i filibustieri ed i bucanieri della tortue, prima di scegliersi una compagna tra le donne, che i governi di Francia e d'Inghilterra mandano qui per procurare loro un marito?
- Non mi sono mai occupato di matrimoni dei nostri filibustieri, né di quelli dei bucanieri.
- Dicono loro queste precise parole: “Di ciò che hai fatto fin qui, o donna, non ti domando conto e te ne assolvo, ma dovrai rendermi ragione di quello che farai d'ora innanzi”, e battono sulla canna del loro fucile, aggiungendo: “Ecco chi mi vendicherà e se fallirai tu, non potrà fallire questo”.

mercoledì 17 luglio 2013

Memorie dal sottosuolo - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Memorie dal sottosuolo, Fëdor Michajlovič Dostoevskij. 2013, Garzanti. 130 pagine.

Avere un fidanzato patito di classici e di letture culturalmente impegnate dà i suoi frutti e travia la qui presente fidanzata che si è lasciata coinvolgere nella lettura di questo libercolo e che n'è rimasta piacevolmente stupita. 

È un libro breve, che è stato letto tutto d'un fiato tra una domenica all'aperto e un viaggio in treno. Credo che sia un buon punto di partenza per ingranare con la lettura degli altri romanzi di  Dostoevskij che necessitano di una concentrazione maggiore.

Il romanzo, nonostante la sua brevità, è ricco di interessanti spunti di approfondimento. Lo si può dividere in due parti ben distinte. 

Nella prima parte si ha una sorta di monologo dove il protagonista critica l'uomo in quanto desideroso di sofferenza, e a questa sofferenza non c'è rimedio. L'individuo che desidera la sofferenza diventa indolente, inattivo e si ritira dalla vita sociale per rifugiarsi nel sottosuolo.
La seconda parte invece è intitolata “A proposito della neve bagnata” ed è sostanzialmente il racconto fatto dal protagonista di alcuni fatti della sua vita che lo riconducono a quell'individuo abietto, indolente e desideroso di sofferenza, da lui stesso tanto criticato nella prima parte del romanzo.

Ammetto che la prima parte del libro mi ha incuriosita molto di più, poiché più interessante culturalmente e filosoficamente, mentre la seconda parte mi ha ricordato moltissimo la lettura de “Le notti bianche”, altro breve romanzo dello scrittore russo.

Volete sapere quale è stato l'insegnamento che ho tratto da tutto ciò? Che devo sempre dare ascolto al mio fidanzato e seguire i suoi consigli di lettura.

Consigliato a: tutti i lettori che non si sentono ancora pronti ad intraprendere la lettura dei grandi – fisicamente e non – romanzi dello scrittore russo e vogliono qualcosa di più accessibile, breve ma non meno interessante.

Citazione: “Se avessi avuto una famiglia fin dall'infanzia, non sarei quello che sono adesso. Ci penso spesso. Perché per quanto si stia male in famiglia, sono pur sempre il padre e la madre, e non dei nemici, non degli estranei. Almeno una volta all'anno ti dimostreranno affetto. Saprai pur sempre che sei in casa tua.”

sabato 13 luglio 2013

Le braci - Sándor Márai

Le braci, Sándor Márai. 2008, Adelphi, 181 pagine.

Come ci si sente a incontrare il proprio migliore amico dopo quarantuno anni d'assenza? Dopo quarantuno anni di silenzio? Come ci si sente a rivedere dopo così tanto tempo una persona che si credeva amica e che si è rivelata pusillanime nell'animo?

Chiedetelo a Henrik, generale che un giorno, dopo quarantun anni, prepara meticolosamente la propria dimora ai piedi dei Carpazi, per ospitare a cena il suo vecchio amico Konrad.
Konrad dopo una giovinezza passata con Henrik decide misteriosamente un giorno di sparire senza dare notizie ad alcuna persona, men che meno al suo migliore amico.

Questa rimpatriata ha quasi il sapore dell'ultima cena in cui Konrad è messo al muro dai continui interrogatori del suo vecchio amico. Henrik ha bisogno di vomitare addosso al suo vecchio compagno di vita tutta la tristezza, la vergogna e la rabbia accumulata in quegli anni dopo che è stato abbandonato da Konrad prima e in seguito da sua moglie Krisztina deceduta.

Henrik sputa fuori tutto il risentimento nei confronti dell'amico in un monologo magistralmente gestito dall'autore, in un ritmo incalzante, in un susseguirsi di misteri che poco alla volta verranno svelati e che lasceranno il lettore a bocca aperta e con il fiato sospeso fino all'ultima pagina. 

Sì, il lettore non riuscirà a tirare un sospiro di sollievo perché non riuscirà mai a capire come realmente sono andate le cose, non riuscirà mai a capire la decisione di sparire di Konrad, non riuscirà mai a capire l'odio e il rancore di Henrik, non riuscirà mai a capire il ruolo svolto da Krisztina.

Così come Henrik non riuscirà ad avere le risposte dall'amico alle sue tanto agognate domande: Krisztina era al corrente del fatto che mi volevi uccidere? E ancora si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?

Un romanzo di amicizia, di amore, di tradimento, di domande filosofiche, di rancore, di mistero, in cui lettore e personaggi non riescono a dare e ricevere risposte soddisfacenti.
Ma che meravigliosa lettura.

Consigliato a: chi è curioso di leggere un libro in apparenza semplice e rilassante, ma che in fondo si rivela così tragico e enigmatico da incuriosire moltissimo la mente del lettore.

Citazione: “L'amico, così come l'innamorato, non si aspetta di veder ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l'accetta così com'è, con tutto ciò che ne consegue. Questo sarebbe l'ideale. E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo?”

mercoledì 10 luglio 2013

Il diavolo, certamente - Andrea Camilleri

Il diavolo, certamente, Andrea Camilleri. 2012, Mondadori (collana Libellule). 169 pagine.

L'appassionato del Commissario Montalbano, e indirettamente di Andrea Camilleri, in famiglia, è mio papà; io ho letto pochissimo dello scrittore, e perlopiù tutto fuorchè i classici gialli. Ho trovato nella biblioteca di casa questo libercolo, ricordo di un regalo dell'epifania fatto proprio al mio babbo. L'ho sfogliato distrattamente e sono arrivata alla fine, al racconto 33esimo, e l'ho letto. Mi sono domandata come Camilleri abbia fatto a concentrare in così poco spazio, tutta quella suspence.
Ho deciso di leggere tutti i racconti, allora. Dall'inizio.

C'è una sorta di mantra che usa citare l'autore per parlare di questo libro e si riferisce proprio al diavolo; dice che “è meglio avere a che fare con mezzo diavolo, che con uno tutto intero”; per questo, appunto, pubblica una raccolta di 33 racconti ognuno dei quali costituito da un numero di battute tali da formare 3 pagine dattiloscritte (333; 666 come narra la leggenda è il numero diabolico). Se non è mezzo demoniaco questo!

L'idea è quella di presentare uno spaccato di natura umana della più varia: si passa da probabili premi nobel per la filosofia che litigano tra loro, per attraversare racconti di segretarie forse un po' troppo zelanti con il proprio capo, per finire in un racconto di un omicidio impossibile da credere (forse perchè mai avvenuto?). Credo che i personaggi chiave, quelli che si ripetono nei vari racconti, con le dovute differenze e sfaccettature come è giusto che sia, siano le donne; le donne più diverse che possano esistere ma con una caratteristica comune: le donne che amano troppo. Che sia il marito o l'amante di turno, questo è aspetto secondario.

Camilleri riesce a delineare personaggi strani, vicende improbabili quasi al limite dell'impossibile, perchè quando il diavolo ci mette lo zampino, non si sa mai che cosa può succedere; basta un tacco spezzato in mezzo alla strada per far incontrare l'uomo della propria vita, o forse un neo posticcio può cambiare le sorti della visione letteraria di un grande autore, o magari la dolcezza e i compromessi di una moglie innamorata possono aiutare il proprio marito a farlo tornare alla ribalta. Insomma, Lucifero si nasconde e si mostra ai personaggi dei racconti nelle forme più varie, nella situazioni più strambe, per mescolare le carte della loro partita che è la vita.
E alla fine porta il lettore a pensare che forse, nonostante tutto, ogni vita è degna di essere vissuta fino in fondo, senza risparmio.

Consigliato a: chi vuole passare un paio d'ore con un ironico Camilleri un po' diverso dal solito. E per chi, ovviamente, non teme il diavolo.


Citazione: Un caso. Qualcosa d'incredibile, d'irreale. Una probabilità su miliardi e miliardi. Ma era accaduto. E se era accaduto, doveva ben significare qualcosa. “Sono spaventata” disse Anna ansante, come sull'orlo di un abisso. “Anch'io”.

giovedì 4 luglio 2013

Appuntamento in un non luogo - Alfredo Carosella

Appuntamento in un non luogo, Alfredo Carosella. 2013, La bottega delle parole. 149 pagine.

La casa editrice “La bottega delle parole” ci ha gentilmente inviato l'ultimo romanzo di Alfredo Carosella, “Appuntamento in un non luogo”. Io mi sono offerta subito di leggerlo appena sbirciata la trama, nonostante avessi mille altri libri impilati sulla scrivania, non mi sono tirata indietro (è vero, l'attesa è stata molta, però come per ogni libro che si rispetti, attendere che esso ci chiami è il minimo).
E' stata una sorpresa, lo ammetto.
Sono una persona che, come si suol dire, non manda a dire agli altri ciò che pensa. Quindi, appena arrivato questo libricino, la prima cosa di getto che è passata nella mia testa è stata: “Mamma mia, ma com'è breve!”; mi aspettavo un bel librone che mi accompagnasse per parecchi giorni e invece... l'ho divorato in una giornata! Trascinante al punto giusto da farmi quasi perdere la mia fermata in metropolitana. E quando un libro mi fa questo effetto, allora è un signor libro.

La trama è facilmente raggiungibile dal sito internet della casa editrice che presenta il manoscritto: il protagonista è un architetto napoletano, Maurizio Miceli, e all'apertura del romanzo lo troviamo in un gigantesco e spaesato parcheggio di un centro commerciale, in attesa di un misterioso cliente per un appuntamento di lavoro.
I minuti scorrono veloci, e si trasformano in ore. Dopo una breve telefonata che lo informa del ritardo del suo cliente, la sua mente con un click quasi impercettibile si accende.
Deve mettersi l'anima in pace no? Quindi, tanto vale ripensare a tutto il tempo trascorso fino a quel momento, con del sano rock di sottofondo (di cui, personalmente, ho apprezzato le scelte dell'autore, in particolare per Red Hot Chili Peppers e The Cure).
E' il tempo, per l'architetto, di fare un bilancio della sua vita.

Quasi come in un romanzo di Nick Hornby, si apre la scena sull'adolescenza e gli anni universitari di Maurizio, le aule gremite di ragazzi alle prime lezioni del suo professore (e futuro datore di lavoro) Onirici, le uscite con gli amici di sempre nella cooperativa gestita da Magma, ragazza tanto bella quanto inavvicinabile, e l'amore.
L'amore che nasce sui banchi universitari, l'amore per la ragazza perfetta che non sbaglia un esame, quella ragazza un po' ricca e un po' altezzosa. Che si finisce, alla fine, per passarci la vita assieme.
E ancora, il fuggi-fuggi della sua vita: Maurizio inizia a correre, sempre più veloce, tra i primi lavori e stage in America, al matrimonio, alle delusioni per l'assenza e la partenza dei suoi amici più cari, alla comprensione che forse, nonostante tutto, qualcosa alla fine manca, nella sua vita.
Ed è su questa strada, che l'autore ci fa viaggiare, insieme al protagonista. Un viaggio tra allegre compagnie, tra sbronze del sabato sera e tra delusioni inimmaginabili. Per arrivare al punto nodale, al bivio: lasciare che tutto proceda in quella direzione oppure cambiare, finché si è ancora in tempo?

Ed è la domanda che in modo trasversale l'autore pone a tutti i lettori. In uno stile sapientemente ricercato, ma anche secco, distaccato, rapido, seguiamo le vicende del protagonista e non possiamo fare a meno di immedesimarci in lui e chiederci se davvero non sia ora anche per noi di fare un resoconto, della nostra vita.

Consigliato a: tutti coloro che hanno raggiunto una “maturità” e un “completamento” nella propria vita. Forse questo romanzo è capace di aprire dubbi a tutti coloro che si sentono già “realizzati”. Forse è capace anche di sconvolgere la vita.

Citazione: “Ci vogliono “le palle” o una buona dose di follia per lasciare la mandria e affrontare in assoluta solitudine la vita, e io sono privo di entrambe le doti necessarie per farlo.”

venerdì 28 giugno 2013

Open. La mia storia - Andre Agassi

Open. La mia storia, Andre Agassi. 2011, Einaudi. 502 pagine

Open. La mia storia
, l’autobiografia di Andre Agassi, è un meraviglioso romanzo. No, nessun errore, ho scritto proprio romanzo. E dirò di più: per il momento è il miglior romanzo che ho letto nel 2013. Grazie alla prosa e all’aiuto del premio Pulitzer, J. R. Moehringer, Agassi racconta se stesso dall’infanzia fino al ritiro dal mondo del tennis, avvenuto nel 2006, dopo lo US Open di quell'anno, all’età di 36 anni. E il risultato è un libro superbo, sul senso della vita, sul superamento degli ostacoli, sull’amore e, naturalmente, sul tennis. Sport che Agassi odia profondamente ma dal quale non può prescindere: più vuole smettere e più gioca. La prosa di Moehringer è divina, vi immerge nel mondo del campione di tennis, diventate Agassi e provate i suoi stessi dolori, fisici e mentali. E non riuscirete a smettere di leggere il libro per sapere cosa altro vi accadrà.

Difficile raccontare in breve la trama. Semplicemente è la vita di Agassi, cresciuto a pane e racchette dal dispotico padre Mike che per lui vuole un futuro da numero uno del tennis. Per questo, fin da piccolo, lo allena con il “drago”, una macchina lanciapalle che bombarda un bambino di 7 anni con palline che viaggiano a 180 km/h. E Andre cresce odiando profondamente questo sport. Nello stesso momento però Agassi si rende conto di possedere un talento eccezionale e di volere giocare e vincere. La sua carriera sportiva si svolge tra una voglia autodistruttiva e la ricerca della perfezione. Eccezionali i suoi compagni di viaggio: il fratello e poi manager Philly, l’amico di sempre Perry, il personal trainer Gil con la sua acqua miracolosa, Nick Bollettieri, il coach Brad Gilbert e il suo successore Darren, il sacerdote J.P. E poi le donne della sua vita: la silenziosa ma enigmatica madre Betty, le sorelle Tami e Rita, la prima fidanzata Wendi, la prima moglie Brooke Shields e infine lei, la moglie attuale e il suo vero amore: Steffie Graf con la quale ha due figli, Jaden e Jaz.

Il libro si apre con l’ultimo match vinto in carriera da Agassi, contro Marcos Baghdatis, allo US Open del 2006. E finisce con l’ultimo incontro perso, quello contro Benjamin Becker, al turno successo del medesimo torneo. Nel mezzo tanta vita e tante emozioni. Anche se non siete appassionati di tennis, Open. La mia storia è un libro che va letto. Perché racconta la vita di un uomo che cresce e matura, racconta delle sue paure, i suoi dolori, la sua fragilità, le sue cadute. Ma anche la sua voglia di non mollare, di rialzarsi, le gioie, la rinascita. Un ragazzino costretto a fare qualcosa che non vuole fare che si ribella in età adolescenziale ma che prende le sue rivincite sulla vita, maturando e vincendo un totale di otto Slam. Si scoprono cose mai sapute e alcune anche divertenti: per esempio la perdita precoce dei capelli che costringerà Agassi a usare un parrucchino; oppure il fatto che negli ultimi anni della sua carriera giocherà a tennis senza indossare gli slip sotto i pantaloncini. C’è anche l’ammissione di aver fatto uso di metanfetamine (mai con l'intenzione di vincere nello sport) e di aver mentito all'ATP per evitare una squalifica.

L'autobiografia romanzata si chiude ricordando il più grande progetto che Agassi ha realizzato grazie ai suoi guadagni: una scuola per bambini poveri della sua città natale, Las Vegas. La Andre Agassi Foundation for Education, una scuola pubblica modernissima ed efficientissima per bambini e ragazzi dai 3 ai 18 anni. E dove si fa naturalmente anche sport, ma non si gioca a tennis: si preferiscono gli sport di squadra, quelli che Andre avrebbe scelto se gli fosse stata data la possibilità di farlo.


Consigliato a: tutti. Qualsiasi cosa facciate nella vita, chiunque voi siate: leggetelo, parla anche di voi.

Citazione
: “Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi, non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita.”

sabato 22 giugno 2013

Dragonero


Dragonero numero 1, Enoch-Vietti-Matteoni. Sergio Bonelli Editore, 2013. 98 pagine.



Coraggiosamente, visti i tempi che corrono, Sergio Bonelli Editore manda in edicola una nuova serie regolare a fumetti, a un anno circa di distanza dall’esordio di Saguaro. Stavolta si tratta di una novità assoluta per la storica casa editrice milanese: Dragonero, una serie a fumetti fantasy, ideata da Luca Enoch e Stefano Vietti.



Quello di Dragonero non è però un vero e proprio esordio. Nel 2007 uscì infatti, per il numero 1 della collana Romanzi a fumetti Bonelli, Dragonero. Un tomo di 296 pagine che presentava in modo esaustivo l’universo fantasy nel quale si muovono i personaggi di Enoch e Vietti. Se riuscite andate a recuperarlo.



Ma veniamo al numero 1 della serie regolare. La storia si apre con il protagonista umano Ian, l’inseparabile amico orco Gmor, la tecnocrate umana Myrna, sorella di Ian, e l’elfa Sera alle prese con un traffico di armi. Quando, dopo un inseguimento, la presunta trafficante cade in mare e si scatena un incendio con le fiamme che bruciano anche in acqua, si apre un flashback relativo a sei anni prima. Racconta una missione di Ian per scoprire il segreto del fango pirico, terribile arma che il margravio Goran Moravik utilizza contro gli orchi. Terminato il flashback, si torna al presente ed è l’occasione per gli autori per narrare, a chi si fosse perso il romanzo del 2007, come si conobbero Ian, Gmor e Sera. Infine altro flashback, sempre relativo a sei anni prima, con la conclusione dell’episodio.



Conclusione si fa per dire: come ogni saga fantasy che si rispetti, ogni numero di Dragonero si collegherà per forza al successivo, senza avere un finale classico. Questa è la vera differenza con le altre serie Bonelli: sospetto che saranno ben pochi i numeri autoconclusivi. E comunque se gli autori riusciranno a invogliare il lettore ad aspettare con ansia il mese successivo per scoprire cos’altro succederà, la missione potrà ritenersi compiuta.



Dragonero mi è piaciuto, più il romanzo del 2007 che il numero 1 a dire il vero, ma la colpa è mia che ho letto il tomo di sei anni fa. Un lettore che si approcci per la prima volta alla serie, resterà sicuramente soddisfatto. Le atmosfere sono quelle classiche da fantasy: un po’ Signore degli Anelli, un po’ Trono di Spade e (attenzione) un po’ Skyrim, celebre videogioco uscito un paio di anni fa. Anche in quest’ultimo si parla di draghi e di uccisori di draghi, ma la serie di Enoch e Vietti è stata ideata prima.

I disegni di Giuseppe Matteoni sono perfetti per un fantasy e sanno rendere le tavole vive nonostante l’obbligatorio bianco e nero bonelliano (per un fantasy a fumetti solitamente il colore è un fattore determinante, trovate esempi in molte graphic novel).

Il mondo di Dragonero, come ci mostra la cartina alla fine dell’albo, è vasto e non mancheranno spunti e idee agli autori per coltivare e far crescere la serie per molti anni. Questo almeno è il mio augurio.



Consigliato a: al lettore di fumetti Bonelli per aprirsi un mondo nuovo. E naturalmente a tutti gli amanti del fantasy. Gli autori pescheranno a piene mani dal genere e sarà divertente scovare Easter eggs.


Citazione: “Quando uccido un avversario… o qualcuno muore accanto a me, io sento il suo spirito abbandonare il corpo e percepisco il suo smarrimento.”