martedì 4 ottobre 2016

Breve lettera ad Ivano Porpora | 30.09.2016 | Le Notti Bianche, Vigevano

Caro Ivano,

io non sono molto avvezza alla poesia; possiamo tranquillamente affermare anzi che proprio ho delle serie difficoltà a definire un verso tale, ad appassionarmi o a fare mia qualsiasi parola disposta in uno strano elenco da persone perlopiù morte suicide o dalla vita stravagante. 
Quando ho scoperto però che alle Notti Bianche venerdì 30 settembre ci saresti stato tu, non ho pensato due volte a saltare l’appuntamento, io insieme alla mia combriccola: ci piace tanto ascoltarti. Anche se avresti parlato di poesia, pensavo, non avrebbe fatto la differenza. Forse anzi, avrei iniziato a capirci qualcosa di più.
Sei stato piacevolmente devastante.

Hai parlato di Bellezza. Quella con la “B” maiuscola. Quella che si nasconde nel corpo di una donna anziana che pratica il massaggio tantra; quella che si specchia in una vetrina nel Corso più famoso di Viadana e impara a camminare, a far funzionare gli ingranaggi perfetti e la coordinazione braccia-gambe; quella che descrivi a pagina ventitré del tuo “Parole d'amore che moriranno quando morirai” e alla quale pensavi, mentre declamavi quei versi, e che sicuramente non era quella seduta in prima fila quella sera, ma tant'è. 
Ho capito che la bellezza della poesia sta proprio nel lasciarsi guidare dall'istinto di afferrarne una raccolta, aprirla senza aspettative e ritrovarsi in mezzo a linee e punti e a capo.
Ho capito che la bellezza, in generale, è sentir parlare della stessa, a piedi nudi su un tappeto.
Ho capito che l'amore, in generale, è come un dente di leone maturo, che soffiato, sprigiona vita.

E allora mi scopro anche io, Ivano, verbo d’amore. Di quell'amore pieno che si incontra finalmente in mezzo alla nebbia, perché è proprio l’atmosfera adatta questa, come dici tu, perché è lì in mezzo che puoi e devi aggrapparti a qualsiasi cosa. 
E io l’ho fatto. E ho incominciato a vivere.

Con calma, assaporo i tuoi versi e inizio ad apprezzare la poesia.

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