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martedì 23 aprile 2019

Conosciamo Emma, donna di fede e di integrità morale

Emma, un nome che mi ha riportato subito alla mente la protagonista dell'omonimo romanzo di Jane Austen. 
Emma, il titolo di una mail che mi arriva un giorno, un po' per caso, io l'apro, e ci leggo parole molto gentili di parte di Massimo Angelini – direttore della casa editrice Pentagora – che mi fa dono di due libri, tra cui anche questo di Helena Molinari.
Ho poco tempo per leggere in questo periodo, ma, un po' per riconoscenza, un po' perché quel nome in qualche modo mi chiama, decido di dare una possibilità a questo romanzo.

Ho conosciuto Emma finalmente, la protagonista di queste pagine, una donna, e io quando leggo di donne rimango sempre affascinata.
All'inizio ammetto che ho nutrito una certa ritrosia ad affezionarmi a questo personaggio. L'ho trovata a prima vista fredda, quasi egoista nelle sue scelte. Emma infatti, ad un certo punto della sua vita, sente il bisogno di ritirarsi in compagnia di se stessa, della sua fede, per meditare sul vacillamento che sta vivendo nella sua sfera privata e personale.
Un vacillamento che intacca il suo matrimonio e la sua idea di fede. Un vacillamento che intacca le sue scelte di ragazza che l'hanno portata ad essere la donna che è ora.
E l'idea che una moglie e madre abbia potuto abbandonare un marito e due figli per pensare, meditare, fare chiarezza, l'ho trovata quasi egocentrica. 
Ma poi ho capito.
Ho capito che ognuno di noi ha dei momenti di incertezza, di spaesamento, di crisi interiore, e fermarsi per strappare del tempo da dedicare a noi stessi non è e non sarà mai qualcosa di egoistico. È necessario. È necessario per riprendere in mano la nostra integrità di individui.

Ed Emma questo lo capisce. Capisce quanto sia forte in sé il dono della fede, sia dal punto di vista religioso, che per quanto riguarda la fede in se stessa e nelle scelte che ha fatto.

E per quanto io mi distacchi un po' dal concetto più rigido di fede ho ammirato e nello stesso tempo invidiato la forza e la fortuna che ha questa donna nel prendere in mano la sua vita in un momento di difficoltà e abbandonarsi al richiamo di quel dono – la fede appunto – che trova dentro di sé.

Ringrazio ancora Massimo Angelini per aver pensato a me, per avermi dato l'opportunità di leggere questo piccolo gioiello, per avermi fatto scoprire questa donna, che entrerà a far parte delle mie tante eroine.

martedì 10 aprile 2018

Bianco - Marco Missiroli

“Bianco” è un romanzo di redenzione e di riscatto.
E di guerra. Ad armi impari.
Le mani di un bambino “nero” contro la cattiveria degli adulti “bianchi”. Non so se mi spiego.

Allora la negra sollevò mezz'occhio. "Dopo ci si fa l'abitudine, vedrà signor Moses." "A cosa?" "Alla fine che ti gira intorno" sorrise.

Marco Missiroli ci racconta di Moses, il protagonista della storia, un vecchio romantico e insicuro, “capobranco” di una di quelle sette create appositamente per sconvolgere la vita degli uomini di colore.
Siamo in America e precisamente in un tranquillo quartiere di bianchi ai pressi di un fiume che trascina con sé tutti, quando arriva la propria ora. Dovremmo essere tra gli anni Sessanta e Ottanta, anche se il momento storico è imprecisato. Ma l’odio razziale ci fa credere di essere tornati agli anni Cinquanta.

L’equilibrio di quel paese bianco viene scalfito dall’arrivo di una nuova famiglia che si insedierà nella casa vicino a Moses. Il marito nero e la moglie, bianca come il latte, insieme al figlio Martin e alla suocera malata di quel male che distrugge a poco a poco i polmoni.
Tutto cambia, si contorce, si crepa.
Gli abitanti del paese idilliaco hanno solo uno scopo: cacciare quella famiglia.

L'evoluzione della società, qui, non esiste.
Nel paese di Moses regna il proselitismo verso un clan mai morto e stolto, che punta il dito sulla diversità del colore di pelle.
Perchè i “bianchi” sono migliori dei “neri”. E i “neri” bisogna neutralizzarli; qualunque modalità si scelga di utilizzare per perseguire lo scopo, è lecita.

Quanta stoltezza! Quante bugie si nascondono nel “volere di Dio”, quel Dio tanto decantato da Moses e dai suoi seguaci. Quel Dio che a detta loro chiede con fermento di scacciare la famiglia del peccato. E lo chiede soprattutto a Moses, che si troverà, non per la prima volta nella sua vita, a compiere una scelta.

Chi è Moses alla fine davvero? L'uomo redento oppure solo un umano, divorato dai sensi di colpa proprio ora che si avvicina alla fine della propria vita?
Difficile rispondere a questo quesito, ma certamente è l’uomo della salvezza.
Sotto tutti i punti di vista.
Missiroli ancora una volta strazia il cuore, decisamente.

“Noi ci rincontreremo.” “Ci rincontreremo, sì.” “E tu sarai li ad aspettarmi?” “Sì, io sarò lì.” “Tu ci sarai.” “Per te, Moses.” “Allora io ti porterò dei fiori, fiori migliori di questi.” “Sì.” “E andrò a tempo.” “E mi condurrai.” “Sì, io ti condurrò."

martedì 20 febbraio 2018

A misura d'uomo - Roberto Camurri

Un quadro fatto di racconti incastrati tra di loro senza seguire un filo cronologico ma l’innocenza data dalla freschezza delle storie che Roberto va a narrare. Ecco cos'è “A misura d’uomo”, romanzo di esordio di Roberto Camurri (NNEditore).

La cornice, poi, è costruita sulle vite di Davide e Valerio. 
E Anela. Perché una donna che ingarbuglia, per me, ci deve sempre essere.
Questo triangolo, fatto anche dall'assenza in realtà di uno dei vertici, getta le fondamenta per narrare poi le storie di tutti gli altri personaggi del romanzo di frontiera italiano.

Sì, romanzo di frontiera. Perché “A misura d’uomo” è ambientato a Fabbrico, il paese di Roberto, che ama e odia incondizionatamente.
E chi ama davvero quel “Tecsas” di Fabbrico, se lo tatua anche sulla pelle, come Roberto. O nel dna, come Davide, Valerio e Anela.

È un romanzo, questo, avulso da qualsiasi tipo di giudizio; chi racconta le storie di Elena, Mario, ma anche di Bice la barista e del vecchio partigiano Giuseppe, tenta in qualche modo di dare uno sguardo esterno alle vicende, come una divinità che impone le mani e guida i suoi burattini.
Tutti i personaggi di Roberto vivono entrambe le facce della classica medaglia, insieme, contemporaneamente; e forse è proprio in questo che sta la loro umanità. 
Sappiamo tante cose di loro, ma mai abbastanza. Sappiamo per esempio che Davide e Valerio si conoscono da quando sono bambini e che solo in età adulta la loro vita viene scombussolata dall'arrivo di Anela.
Ma non sappiamo nient’altro.
Non sappiamo per esempio che lavoro faccia Anela, oppure non sappiamo come si lava Giuseppe se non va a trovarlo nessuno.
Ma non importa.
“A misura d’uomo” è un romanzo fatto anche di questo. Di vuoti incolmabili ma assordanti, che non abbiamo bisogno di riempire, perché parlano da soli. Come si diceva sabato durante l’incontro con l’autore alla libreria Le notti bianche di Vigevano.
E poi ci sono le emozioni.

“Ludovica si sta lavando i denti, lui resta fermo a guardarla, seduto sul water, è un rito abituale tra loro, uno spazio per dirsi le cose, un modo di stare insieme da quando lei è alle superiori, da quando ha iniziato a diventare autonoma, da quando si vedono sempre meno.”

E Roberto le descrive in maniera esaustiva e densa e vitale. Perché così sono.
Perché così sono le vite che si intrecciano e si scontrano e si incontrano in quel di Fabbrico.
Questo quadro è decisamente un’opera d’arte da conoscere e da assaporare, da guardare nei minimi dettagli. Da leggere dall'inizio alla fine.

mercoledì 17 gennaio 2018

“Cartoline dalla fine del mondo” | 16.01.2018 incontro con Paolo Roversi

Ore diciotto di un martedì sera come tanti, la Milano dabbene nei negozi caldi e rumorosi, e noi in un vicoletto nascosto nei pressi di Corso Buenos Aires, ci avviciniamo verso El paso de los toros, un locale argentino lontano dalla vita frenetica dei maniaci di saldi. 
Entriamo e ci dirigiamo in una saletta con un tavolo imbandito da libri e un ragazzo gioviale con gli occhialoni neri e la barba ci dà il benvenuto. È l'autore, Paolo Roversi che, insieme alla casa editrice Marsilio, ci hanno invitato a prendere parte a questo evento.

Non è molto chiara la piega che potrà prendere la serata perché nessuno di noi si è mai trovato in una location del genere per ascoltare la presentazione di un libro, quindi siamo un po' incuriositi da tutta questa atmosfera.

Mentre tutti ordinano i loro drink alcolicamente colorati, noi sorbiamo con tranquilla nonchalance un buonissimo bicchiere di acqua e, dopo i convenevoli e il brindisi di rito, ci immergiamo nella chiacchierata con l'autore.

Il punto focale ovviamente è l'ultimo libro di Roversi, ovvero “Cartoline dalla fine del mondo”-  dal titolo volutamente e fortemente richiamante Sepúlveda, come ci spiega l'autore stesso – che segna il ritorno del giornalista ed hacker Enrico Radeschi, il quale, dopo anni vissuti da fuggiasco torna nella sua Milano, un po' per nostalgia e soprattutto perché ha tra le mani un nuovo caso che lo stuzzica: un omicidio all'interno del Palazzo dell'Arengario. 

Lo sfondo è la nostra Milano, una città cara a Roversi e ad altri che, prima di lui – ogni riferimento a Scerbanenco è scontato ma doveroso – l'hanno scelta come cornice per i loro racconti.

Anche il tema centrale non è nuovo, ossia il deep web, tanto è vero che autori come Donato Carrisi col suo ultimo lavoro “L'uomo del labirinto” e la Agatha Christie dei nostri tempi nonché amica Francesca Battistella con “La bellezza non ti salverà” hanno creato le loro trame proprio attorno a questo argomento pruriginoso ed accattivante.

Purtroppo complici le bollicine e il locale, forse poco adatto alla presentazione di un libro, diciamo che gli spunti da parte dei presenti sono stati un pochino scarsi, ma fortunatamente Paolo è stato capace di intrattenerci nel migliore dei modi, perché si è dimostrato molto socievole e simpatico.
Bello soprattutto quando ci parla dei suoi modelli, all'interno dei quali ci sono certamente autori del genere thriller e giallo come Carlotto, Scerbanenco, Ellroy e Vásquez Montalbán, ma stupisce tutti quando cita Bukowski come colui che gli ha fatto venire voglia di scrivere.

E dopo le foto e le dediche di rito ci salutiamo, sperando di rivederci e risentirci in un posto magari più intimo in cui poter parlare tranquillamente di libri e di progetti per il futuro.

lunedì 1 gennaio 2018

Top 5 (+1) dell'anno 2017 di Và!

Che il nuovo anno abbia inizio!
E' tempo oggi di fare una summa delle letture passate. Il 2017 si è rivelato l'anno delle ottime scoperte, soprattutto di romanzi italiani. Vi presento ora la mia Top 5 (+1!) dell'anno appena trascorso!

*

Il velo dipinto – S. Maugham

E' il romanzo della scelta. Una donna sposata solamente per convenienza, inizia una relazione extraconiugale. Alla scoperta dell'adulterio, il marito le pone dinnanzi una scelta: partire con lui per la Cina devastata dal colera, oppure divorziare, con tutto ciò che ne consegue.
Una scrittura lineare e accattivante fa da sfonda alla vicenda indimenticabile.

I pilastri della terra – K. Follett
Il romanzo che accompagna e unisce il filone storico con quello avventuroso, senza dimenticarsi di storie d'amore e di passione. Le vicende, fittizie ma con accenni a fatti storici realmente accaduti, si snodano attorno alla costruzione della cattedrale di Kingsbridge, nell'Inghilterra del XII secolo. Con una prosa fenomenale Follett ci regale guerre, misteri, intrecci drammatici e conflitti religiosi... un'esperienza di lettura che lascia davvero senza fiato.

La locanda dell'ultima solitudine – A. Barbaglia
“Ci vuole poco a perdersi, sì, come poco ci vuole a ritrovarsi, se si ha il coraggio di aspettare.
Ci sono persone che aspettano una vita, in difficoltà, stringendo i denti, ma quando poi trovano la parte mancante di loro, è gioia, è saltelli per aria, è sorrisi e guance gonfie di felicità.” 
Ne ho parlato a lungo qui.


Golden boy – A. Tarttelin
E' la storia di Max Walker, un classico adolescente che si dimena nella giungla feroce della sua scuola e delle sue amicizie; per lui non tutto è così semplice perchè è "speciale": è un "intersex". Questo termine apre mille quesiti e preoccupazioni agli occhi del ragazzo, che lo porteranno anche di fronte alla definitiva scelta.
E' un romanzo dolcissimo e malinconico, ma anche tenace e testardo. Ed è consigliato a tutti quelli che hanno apprezzato "Middlesex" di J. Eugenides.

Magari domani resto – L. Marone
“Luce.
Luce Di Notte è il riflesso che osservo allo specchio ogni mattina prima di andare a prendere il treno che mi porta nel mio mondo, fatto di avvocati (quelli veri e seri), di pile interminabili di carta e di volumi di diritto di cui non sopporto più la vista quando arriva il venerdì. E poi rientro il lunedì mattina e li accarezzo, perché alla fine, questo lavoro un po’ diverso dal solito, mi piace. E mi manca. Anche se ancora non ho trovato il mio posto nel mondo. Come Luce.”
Ho dato la mia opinione qui.

L'uomo del labirinto – D. Carrisi
“C'era una volta una bambina, che si sentiva grande indossando il lucidalabbra.
C'era una volta una bambina, piacevolmente angosciata per l'appuntamento con il ragazzo dei suoi sogni.
C'era una volta un furgone dai vetri puliti, per specchiarcisi dentro e proprio lì, un coniglio agguerrito e assassino.”

Il thriller che ho amato di più.
Ne ho parlato qui.

lunedì 12 giugno 2017

La Locanda dell'Ultima Solitudine - Alessandro Barbaglia

"Se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo".

Quando tutto sembra ingarbugliato; quando ti accorgi di avere le mani legate e la vita, incatenata, nel solito luogo, nelle solite faccende, quando anche la prima donna che ti viene a cercare ti pare essere l’unica che possa provare per te qualcosa di forte e di inaspettato, quando ti rendi conto però che quella donna, forse, non è quella che attendevi.
Perché l’altra metà del cielo si trova in un altro punto del mondo, ed intreccia fiori – come il suo nome, Viola, ne sancisce il destino - e ne ascolta il profumo, li accorda apposta per tessere come Penelope una tela fatta di suoni e di aromi, di cui però, si è stancata. 
Ma tu, proprio tu, Libero, fai ancora in tempo a fuggire, e a ritrovare quello che manca della tua gabbia toracica, costola staccata per dare forma a te, unico uomo che in modo fiabesco può ritrovare la sua principessa. E sé stesso.
E in questa storia d’altri tempi, il castello incantato non è altro che una locanda, a picco sul mare. Quella dell’Ultima solitudine, dove invece che banchetti sfarzosi, vengono servite perle di patate, dove si assapora la bellezza di quello che siamo.

“E’ tutta in legno, la Locanda, alterna le pareti scure alle finestre piene di luce da cui entra sempre un po’ di vento. E’ fatta di poche stanze e una sola certezza: se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero buio che ci vuol poco a perdersi, quello è il posto più bello del mondo”.

Ci vuole poco a perdersi, sì, come poco ci vuole a ritrovarsi, se si ha il coraggio di aspettare.
Ci sono persone che aspettano una vita, in difficoltà, stringendo i denti, ma quando poi trovano la parte mancante di loro, è gioia, è saltelli per aria, è sorrisi e guance gonfie di felicità.
Viola e Libero ne sono l’emblema. Essi incarnano la storia d’amore e di attesa più bella mai letta. Dove i cambiamenti e i rinnovamenti, dove la metamorfosi anche segnano il confine tra il passato inutile ed abitudinario con il futuro, in una solitudine per due, finalmente ritrovata.
E lo scodinzolio di Vieniqui chiude il sipario. 

giovedì 1 giugno 2017

L’incredibile storia di Cecilia: vita di una donna di lago vissuta fra l’Ottocento e il Novecento

Ho scoperto il romanzo di Rita grazie a Facebook – come sempre più spesso mi accade … e per fortuna, perché, nonostante i proclami, certe case editrici hanno ben poca visibilità nel mondo libresco. 
Ho avuto il piacere di incontrare l’autrice al SalTo30. Mi sono recato presso lo stand della Edizioni della Goccia e Rita (permettimi il tu) non c’era. È stata prontamente rintracciata e, fortuna mia, oltre alla dedica personalizzata, mi ha “dedicato” anche un po’ del suo tempo: abbiamo piacevolmente chiacchierato di libri in generale e della sua opera in particolare. 

Lei è di Como e vive in Val d’Aosta; io vivo vicino a Milano: ovviamente ha voluto sapere in quale modo ero venuto a conoscenza del suo romanzo (la risposta è nell’incipit di questo articolo).
Poi ha dovuto, più che voluto (quasi ne avesse l’esigenza), spiegarmi la genesi del romanzo: venuta a conoscenza della storia eccezionale della sua bisnonna, non voleva che queste vicende andassero perdute.  Da lì il recupero della memoria storica (sua e dei suoi familiari) e dei documenti nascosti negli archivi comunali. Durante questo incontro è chiaramente emersa la passione che ha mosso Rita per la stesura di questo libro, già alla terza ristampa: edizioni di 300 copie, come ha modestamente precisato l’autrice, ma, con giusto orgoglio, “già 750 copie hanno trovato un compratore …" e subito ha estratto un raccoglitore pieno di recensioni e di corrispondenza nata fra lei e i suoi lettori.
Non voglio scrivere una recensione, ma semplicemente dare parole ai sentimenti, ai pensieri e agli stati d’animo che la lettura del romanzo hanno suscitato in me; se dovessi scrivere la sinossi rischierei di togliervi il piacere della lettura. Però due parole vanno dette. 

È la storia vera di Cecilia, come sopra riportato, la bisnonna della “nostra Rita”, vissuta a cavallo fra l’ottocento e il novecento in riva al lago di Como. Anni non facili, dove i rapporti familiari erano rudi, e con una sorte non proprio favorevole. E qui mi fermo, preferendo dare spazio alle emozioni.  
Malinconia e nostalgia, questi i sentimenti predominanti (e anche tanta commozione, nei momenti più bui della vita di questa stupenda donna).
Malinconia per le vicissitudini che la vita aveva scritto per Cecilia: una grande donna, moglie e madre che, anche nei momenti più difficili – e ne ha avuti molti - ha saputo prendere le redini della sua famiglia e guidarla, sostituendosi al marito assente per il lavoro, pur continuando ad esercitare il ruolo di madre che, se anche oggi è un compito di eccezionale importanza e che richiede un grande impegno, provate a pensarlo all'inizio del secolo breve.
Nostalgia per quegli anni che nell'immaginario collettivo – e mio personale – sicuramente avevano una marcia in più. È vero, la vita era proibitiva per i più poveri, ma i veri valori, quelli per i quali valeva la pena di spendere i propri giorni, dominavano la cultura di quegli anni, erano il “pane” che mancava sulle tavole – infatti si mangiava solo polenta -, erano il collante per la maggior parte delle famiglie, altrimenti costrette a lavorare senza requie solo per sostentarsi. 

Amo i romanzi ambientati al lago e i loro autori (Fogazzaro e Vitali su tutti). I panorami, i piccoli borghi, le storie di provincia che hanno come sfondo uno qualsiasi dei nostri bellissimi laghi italiani, donano alle vicende in esse ambientate un fascino speciale. E tale fascino si estende anche ai loro autori. Per questo, da oggi, Rita Bonfanti entra a buon diritto fra i miei autori “lacustri” preferiti. 

lunedì 8 maggio 2017

Dove tutto è a metà - Federico Zampaglione e Giacomo Gensini

Dove tutto è a metà. Federico Zampaglione e Giacomo Gensini. Mondadori. 304 pagine. 18,00 euro.

Al Morrison Cafè non sono mai stata, da che bazzico a Roma. 
Ma ho rivisto in “Dove tutto è a metà” le mie prime serate in pub stretti, in legno e bellissimi, dove amici musicisti di amici musicisti e fotografi suonavano per me. Così ingenuamente credevo. E mi beavo di questo.
Di questa singolarità che esplodeva dal cantante del gruppo, delle sue parole, dei suoi suoni. E mi sono resa conto solo ora che al tempo mi trovavo davanti a Lodo.
Lodo, quel ragazzo carico di sogni e di aspettative, quel ragazzo che alla fine… beh, lo siamo stati un po’ tutti no? Quel ragazzo ingenuo, che ha necessità però di avere al fianco un grillo parlante, per capire come affrontare il pubblico, l’arte, il successo. E forse anche la vita.

E quella spalla arriva nella figura un po’ passata di Libero, il cantante pop che ormai ha fatto il suo tempo, che ha il terrore dell’oblio, e che anzi, forse l’ha già investito in pieno.
Due sono le generazioni a confronto.
Quasi come un romanzo di formazione, Lodo assiste Libero e viceversa, l’uno forse alter-ego dell’altro. Esperienza ed eccitazione a confronto. L’uno che si rivede, nell'altro.
E solo così potranno entrambi crescere. Insieme.
Due sono le vite e le donne che orbitano attorno ai due protagonisti.
L’una, Giulia, la ragazza forte e determinata, coraggiosa, musa per Lodo. Ma anche egoista. Sembra che a lei del genere umano non importi nulla. Ma anche alle persone così decise (e crudeli) a volte capita di innamorarsi, e rimanere schiacciate da questo sentimento. Di toccare il fondo e darsi una spinta per risalire. Alla fine, non siamo un po’ tutti uguali?
L’altra donna protagonista è la super organizzata Luna, che segue il copione di moglie di Libero, parte decisamente difficile da interpretare, soprattutto a fianco di un uomo distante e perso in se stesso.
E’ una storia, quella scritta dal duo Zampaglione-Gensini, di sofferenze, combattute e vinte.
E’ una storia in cui il mescolamento di tutti gli ingredienti, di tutti i personaggi, riesce da solo a sconfiggere le delusioni e i tradimenti.
E’ una storia in cui parole e musica si intrecciano caparbiamente fin dal titolo di ogni capitolo.
E’ una storia poetica, dove tutto rimane a metà…

Vai, non negarti
questo tempo
io raccolgo i pezzi
e sento che ora tu respiri già
in un’altra vita
in un’altra realtà
stento nel vedermi solo qua
dove tutto è a metà

mercoledì 19 aprile 2017

L'uomo di casa – Romano De Marco

Conversazione tra amiche lettrici.

Atto I
Scena I

- Allora com'è?
- Non ci sono parole.
- Non l'accetto come risposta. Ora ti metti qui e mi racconti come hai trovato questo libro.
- Ok ok non ti scaldare. 
- Mio padre continua a dirmi che è fantastico, favoloso, ti lascia col fiato sospeso fino all'ultima pagina e blablabla, ma sai com'è, io di mio padre mi fido poco..
- Ah ah ah, ti capisco, i padri hanno spesso gusti diversi.
- Già. Allora quanto ci hai messo?
- A fare cosa?
- A leggerlo!
- Due giorni, poco meno.
- Allora merita davvero!
- È quello che sto cercando di dirti se mi lasciassi parlare..
- Scusa..
- Allora, dicevo. "L'uomo di casa" è essenzialmente un thriller..
- Uh amo i thriller!
- Si, anche io. Siamo in America e, su, dai, uno scenario che non può non piacere! E poi quella cosa che se arriva un vicino nuovo si fa una festa e gli si portano torte di benvenuto..
- Cioè come da noi proprio.
- Seh seh..
- Ma la storia?
- In realtà sono due.
- Come due?
- Sì, o meglio, la principale si intreccia con un vecchio caso. Tutto ha inizio verso la fine degli anni Settanta, in cui una donna, la Lilith di Richmond..
- Lilith?
- Sì, c'è tutta una sorta di mitologia dietro a questa figura..cercatela su Wikipedia e fammi continuare.
- (…)
- Allora, la Lilith di Richmond non è mai stata trovata né incriminata per aver ucciso diversi bambini. È stato ritrovato solo un bimbo, vivo, legato a un termosifone e mandato poi in adozione. Il caso viene archiviato fino a quando un uomo, Alan, viene trovato morto in circostanze sospette.
- Come come come?
- Con le braghe calate, ecco. All'inizio sembra un appuntamento con una prostituta finito male, ma in realtà, grazie alla moglie Sandra, si scopre che Alan stava indagando proprio sul vecchio caso della Lilith.
- Oddio, sembra pazzesco!
- E lo è, davvero. Soprattutto per il tombolino finale.
- Tombolino?
- Leggi il libro e capirai..
- Sei criptica, lo sai?
- È che non voglio rovinarti la sorpresa! De Marco è stato bravissimo a tessere i fili di questo thriller pazzesco. E alla fine ha chiuso e unito in maniera magistrale tutti i pezzi del puzzle. Dai retta a tuo padre, questo libro ti lascerà incollata fino alle ultime pagine!
- Ok mi fido! Corro a leggerlo!
- Brava la mia amica.

Le amiche se ne vanno.
Cala sipario.

venerdì 14 aprile 2017

"L'uomo di casa" | 13.04.2017 incontro con Romano De Marco e Raul Montanari

Fino a giovedì sera io non conoscevo Romano De Marco. O meglio, lo conoscevo per vie traverse, erano giorni che sbirciavo il comodino di mio padre sul quale troneggiava “L'uomo di casa” (e mi sembra anche ovvio) e mi chiedevo come potesse essere quel libro.
Finché un giorno mio padre mi dice tutto elettrizzato che ha appena finito di leggere un thriller fantastico, proprio il libro di De Marco e, ancora più elettrizzato, mi invita ad accompagnarlo all'evento presso la libreria “La scatola lilla” di Cristina di Canio.
All'inizio ho provato sentimenti contrastanti: curiosità per un nuovo autore e, nello stesso tempo un po' di insicurezza su come sarebbe stato assistere alla presentazione di un libro e di uno scrittore che non conoscevo. E se non mi avesse interessato? E se mi avesse annoiato?

Però ci siamo andati. Con i nostri fedeli zainetti, il libro e una scorta di acqua per far fronte allo stranissimo caldo anticipato milanese.

E da lì in poi è stato solo un crescendo di sorprese.
La prima è stato scoprire che l'autore sarebbe stato introdotto da Raul Montanari. 
Io ho un rapporto particolare con Raul Montanari. È stato il primo scrittore “da grandi” che io abbia mai letto e, quindici anni fa, era stato ospite nel mio liceo per presentare il suo libro “Il buio divora la strada”. Ricordo quell'esperienza con molta gioia. 
E il bello è che se la ricorda anche lui molto bene, particolari strani annessi. 

È anche solo per la condivisione di un momento del genere che io leggo.

Raul ha introdotto Romano in modo semplicemente perfetto. Ha presentato la trama del suo libro senza dare troppe anticipazioni e De Marco ha risposto a tutte le sue domande in modo curato, simpatico e puntuale. 
È stato un dialogo molto interessante, divertente e soprattutto educativo.
Montanari quando parla ha il potere di ipnotizzare le persone. De Marco, di rimando riesce con la sua veracità a dimostrarsi credibile e umilmente molto in gamba nel suo lavoro di scrittore.

Si conclude la giornata con le foto di rito, insieme agli abbracci, alle chiacchierate.
Posso dire con certezza che questo evento è stato uno dei migliori a cui abbia partecipato, nonostante fosse senza pretese, senza fronzoli, di una semplicità disarmante. 
Ma è questo il bello. 
Il bello di una piccola libreria capace di creare quel clima di intimità tra il lettore e lo scrittore.

Continuerò a leggere, anche solo per avere la possibilità di altri piccoli grandi regali come questa giornata.

venerdì 17 marzo 2017

"A fuoco vivo" | 16.03.2017 incontro con Ivan Ruccione

È successo prima che lo cacciassimo in cella. L’ho sbattuto pancia a terra, gli ho immobilizzato gli arti. Ancora si dimenava ma non aveva più scapo: ce l’avevo in pugno.
Ho afferrato il coltello e gliel’ho puntato al centro della schiena, poi ho affondato – crack! – e tranciato a metà l’intero corpo. Quando sono arrivato alla testa, un pezzo di cervello è schizzato sulla mia guancia. Il sistema nervoso ha dato impulsi per una manciata di secondi ancora. Dopodichè: au revoir, doucer!

Questo non è l’incipit di alcun thriller.
Questo non è l’incipit di un romanzo americano di cui siamo abituati.
Questo è l’incipit del romanzo miscellaneous dell’emergente scrittore vigevanese Ivan Ruccione, che giovedì 16 marzo ha presenziato alla sua prima presentazione ufficiale italiana nella libreria Le Notti Bianche, proprio della sua città natale.

Incontro particolare, questo. 
Incontro di uomini e cuochi, nonostante quello che dica il personaggio di “A fuoco vivo” nel primo capitolo. Perché credo che Ivan contenga in sé entrambe le sfaccettature. Altrimenti non si spiegherebbe la sua caparbietà nel perseguire e nel proseguire la sua attività in un mondo che ci disegnano come fatato e fatiscente per i media, ma che in realtà è esercito puro e nel quale comanda il Sistema, come forse quasi tutto in Italia, sbagliato.

Ivan è il cuoco che ama scrivere e che assapora il profumo dei pasti di John Fante a base di arance e rinnega le pagine da cui sopravvivono solo i rutti di quegli scrittori che non sapendo che fare, a pancia piena, lanciano manciate di parole tutte uguali tra di loro, sopravvalutate forse, ma che seguono, ancora una volta, il Sistema.

“A fuoco vivo” è il romanzo dalle mille tonalità, una ballata dove si intrecciano i rumori del giallo, i sapori delle passioni e l’aroma del cibo, quello di Mariano, un uomo-cuoco che ancora non riesce a riconoscersi nella sua vita. Non riesce a scegliere, anche se vorrebbe. Ma non si arrende. E sta forse qui la forza di Mariano. Per potere sopravvivere.

Ivan, devoto a Lucio Mastronardi, ridà luce e splendore alla narrativa italiana contemporanea, e perché no?, anche a quella piccola, meravigliosa città che è Vigevano.


mercoledì 8 marzo 2017

“Tutta colpa della mia impazienza” | 07.03.2017 incontro con Virginia Bramati

Si sa, noi donne siamo tutte un po' impazienti, in qualsiasi ambito; ci aspettiamo tanto da tutto e da tutti, e molto spesso rimaniamo deluse. Ma siamo noi, e siamo belle per questo.

Belle. E vere. Così ci descrive sempre Virginia Bramati nei suoi libri. E così ha fatto ancora una volta nel suo ultimo lavoro “Tutta colpa della mia impazienza - e di un fiore appena sbocciato” (Giunti, 240 pagine, € 14,90).

Lo staff di Mangiapagine aveva avuto occasione di conoscere Virginia lo scorso anno, durante una manifestazione culturale (qui l'articolo) e, questa volta grazie alla casa editrice Giunti, siamo riuscite a rincontrarci in un clima molto bello e davanti ad un nuovo atteso libro.

Virginia è una donna molto spontanea, divertente ed è veramente piacevole stare ad ascoltarla quando parla di sé e dei suoi libri. È molto onesta, soprattutto su se stessa, tanto che di sé afferma “Scrivo perché mi piace leggermi”.

E il nuovo romanzo riflette la sua persona, la sua solarità. 
Il libro vuole essere una commedia, con ovvi momenti di dolore, toni cupi, ma Virginia l'ha voluto da subito solare – anche dalla copertina, estiva e calda – non si è soffermata sulle ombre, ma sulla luce, sull'idea che della vita bisogna ridere, prendere tutto con filosofia, anche i momenti meno belli.

Ci spiega, che l'idea di “Tutta colpa della mia impazienza” deriva dal suo voler raccontare la campagna, ambiente molto caro a Virginia stessa. 
L'autrice è sempre legata ai suoi luoghi, alla sua Brianza, agli ambienti a lei familiari, che rendono i suoi romanzi veri e veritieri. 
Noi la consideriamo un po' un Vitali in gonnella, perché è capace di raccontare storie di vita vera in modo leggero ma molto autentico.

E oggi, a maggior ragione, è bello celebrare questo giorno con queste poche righe, su una donna così acclamata nel panorama letterario italiano.

Ringraziamo ancora la casa editrice Giunti per averci dato l'opportunità di rivedere un'amica, ancora prima di un'autrice. 

lunedì 13 febbraio 2017

"Nessuno come noi" | #ABBIATEGRASSO 12.02.2017 | incontro con Luca Bianchini

I giovani di oggi sono uguali a quelli di trent'anni fa? Magari non in tutto, ma nei sentimenti si.

Ce li racconta Luca Bianchini nel suo ultimo romanzo “Nessuno come noi” (Mondadori, 252 pagine, € 18,00).
Siamo nella fine degli anni ottanta, all'istituto Majorana di Moncalieri, luogo in cui si incontrano i giovani figli di operai della periferia, con i ricchi un po' snob della Torino dabbene.

La scuola diventa il silenzioso testimone dei sentimenti dei ragazzi che la frequentano, dell'amore di Vince per Cate, che ama tutti tranne lui, della loro amicizia con Spagna, i tre cuori in affitto, dell'arrivo del nuovo compagno Romeo, così diverso da loro che non può non entrare a far parte del loro gruppo, delle tresche fra professori, dei piccoli drammi quotidiani.

Un libro dai rimandi fortemente autobiografici, come ci spiega lo stesso Bianchini durante l'incontro (promosso da Iniziativa Donna) tenutosi ad Abbiategrasso, ieri, domenica 12 febbraio, che Mangiapagine ha avuto l'onore di presentare. 
Un libro che si è creato da solo, spulciando un vecchio diario di Luca, in cui raccontava le piccole cose semplici che capitavano a lui adolescente. I frullato-party, gli amori fra i banchi di scuola, le feste in smoking degli amici più ricchi, la tintoria dei genitori.

Si sentono le eco di tempi vicini a noi ma che purtroppo sembrano troppo lontani. È lontana la semplicità di una partita a pallone nella strada, è lontana la semplicità delle telefonate agli amici rigorosamente filtrate dai genitori, è lontana l'epoca in cui la tecnologia non aveva ancora reso schiavi tutti.

Un libro semplice, che racconta una storia semplice in cui chiunque può immedesimarsi, adulti e ragazzi. 
Un libro che però, se letto in modo più critico, può aprirsi a molteplici ed interessanti riflessioni, quali il ruolo della scuola nella crescita dei ragazzi, e il ruolo disarmante e annichilente della tecnologia.
Basta cercare e grattare sotto l'apparente semplicità della trama e delle vicende raccontate.

Luca è stato un gran mattatore durante la presentazione del suo libro, ha fatto divertire il pubblico con aneddoti simpatici della sua vita e soprattutto, è stato molto disponibile con i suoi lettori, intrattenendosi con piacere tra foto, chiacchiere e dediche personalizzate.

Una mattinata fresca a frizzante, diversa dal solito.

mercoledì 8 febbraio 2017

Caro lettore in erba... - Gianluca Mercadante

Caro lettore in erba..., Gianluca Mercadante. Las Vegas editore. 156 pagine. 10 euro.

Caro Gianluca,
ti ringrazio. Un po’ perché il vampiro amante di Jules Verne in copertina è riuscito a tenere lontano da me parecchi Nemici sul mio treno in una fredda mattina di gennaio; un po’ perché il tuo saggio fa un giro concentrico, e io l’ho amato per questo: lui inizia, e termina, sempre “incominciando”, come dici tu. E’ difficile da mettere nero su bianco ma tant’è:

“I libri non finiscono, caro lettore in erba.
I libri cominciano. In continuazione.
E il momento in cui cominciano davvero inizia solo quando si finisce di averli letti.”

Ecco, tu l’hai decisamente spiegato meglio di me. 
Per questa missiva necessiterei decisamente dell’aiuto dei tuoi amati classici, magari di Gregor, oppure di Emma. E perché no, anche di un bel “bau!”, di quelli fatti bene eh, di Cujo, mica quell’abbaiare da nulla che si sente tutti i giorni.

Sì, ti ringrazio perché hai dato voce, di nuovo, ai classici senza tempo. Perché hai dato loro un aspetto attuale e hai rivendicato la loro sana voglia di essere riscoperti, e credimi, vengono riletti ogni giorno, senza che nessuno dica niente (per esempio, io ho in borsetta Otto Lidenbrock e il nipote Axel).

Ti ringrazio perchè chi ti legge, impara cosa significa saper trattare con la lingua italiana; impara cosa significa essere proprietari di un dizionario delicato, a tratti pomposo, anche d'altri tempi, ma che una volta malleato e utilizzato nel modo corretto, lascia tutti a bocca aperta. Chapeau, Gianluca.

Ti ringrazio perchè con la tua critica umoristica del mondo dei lettori, sei riuscito a stilare quasi un nuovo dizionario sulle libertà e sui diritti di un lettore, che sono illimitati, come lo scegliere un libro dalla copertina, proprio così. O l'abbandonare un volume semplicemente perchè “non piace” (che terribili parole queste! Lettori! Abbiate il coraggio di professare la fede del “se non mi piace, lo lascio”! Non abbiate paura, siate coraggiosi!) Quasi un Pennac italiano, sei, oserei dire.

Ti ringrazio perchè con la tua fine polemica sull'editoria e su ciò che il mercato ci propina, forse riuscirai a far aprire lo sguardo a librai e ad editori, quest'ultimi interessati oggi più che mai a creare “macchiette” di scrittori autori di best-sellers, piuttosto che veri Shakespeare apprezzati solo col tempo.

Grazie, per aver ridato luce al “nostro popolo” con questo tuo saggio.
Quello dei lettori voraci, di pagine buone, sciupate e vissute per l'amore incondizionato nei loro confronti.

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